venerdì, 13 febbraio 2009
 
 
 
 
Il tuo sorriso
(a Eluana nel giorno della sua libertà)
 
Te ne vai
tra i ricordi pesanti
di chi resta a piangerti
da soli come sempre,
finalmente libera
dai lacci terreni
imposti da pietà fasulla.
Te ne vai nel silenzio
tuo amico
nel fragore degli
imbecilli
forti di potere
debolissimi di spirito.
Idioti vestiti di porpora e
doppi petti blu.
Il tuo sorriso
misurerà l’eternità.
 
 
09 febbraio 2009
 
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categoria:poesie, poesia, amore, vita, morte
giovedì, 15 gennaio 2009

"...È stato aiere 'o juomo, 'a chiromante,

liggenneme cu 'a lente mmiezo 'a mano,
mm'ha ditto: "Siete stato un triste amante, vedete questa linea comme è strana?

Questa se chiamma 'a linea del cuore,
arriva mmiezo 'o palmo e po' ritorna.
Che v'aggia di, carissimo signore;
cu chesta linea vuie tenite 'e ccorne.

Guardate st'atu segno fatto a uncino,
stu segno ormai da tutti è risaputo
ca 'o porta mmiezo 'a mano San Martino,
o Santo prutettore d' 'e comute". (E ccorne; Totò)

Bè... all'anagrafe mi imposero il nome di Martino.
Quasi profeticamente, direi.
E allora? Non è forse vero, come aggiungeva Totò nella sua poesia, che persino Napoleone era cornuto ed è diventato un imperatore? E che dire dei vari VIPS che ci pregiano della loro cornuta presenza nei rotocalchi gossippari di questa Repubblica bananifera? E i cervi dal palco più bello non sono forse i migliori riproduttori ed hanno un harem di parecchie femmine? E i tori eh? I tori?
"Mi sento un toro" si sente ancora oggi dire davanti a rappresentati femminili della specie umana dotate di ehm... caratteristiche particolarmente esagerate. Dimenticando forse che il ruminante ha un bel paio di corna sul cranio?
 
Ma sì, facciamo le corna sperando non ci facciano le corna le nostre compagne… al cielo alla terra alla maniera tierra e cielo di partenopea memoria.
E se proprio diventiamo o siamo cornuti consoliamoci che per ogni cornuto certamente c’è una… vacca.
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categoria:pensieri, politica, amore, riflessioni, ricordi, vita, diario, storie, impressioni, corna
martedì, 16 dicembre 2008
Finisterrae, giù nel tacco.
Punta Ristola: qui si è distanti da tutto.
Di fronte solo mare e cominci a volare come un albatro o a nuotare come un delfino sulle ali o con le pinne della fantasia.
Il cielo è limpido, spazzato da una tramontana secca che lo ha pulito dalle ultime nuvole, il blu cupo dell’abisso contro il blu ancora più profondo dello spazio.
Il basso e l’alto sembrano contendersi questo lembo di terra come déi impegnati nell’ultima battaglia. Ed i rumori dello scontro si ascoltano più con la mente che con l’udito.
Sono rumori nascosti negli anfratti, nelle grotte, suoni che evocano immagini, memorie dell’inizio del tempo.
Fissando il riverbero del sole sulle onde lunghe, puoi immaginare Fletcher Christian o Long John Silver ammutinarsi ed abbaiare ordini alle proprie ciurme. O il Capitano Achab fissare l’orizzonte dal cassero del Pequod.
Sono sull’estremo scoglio di questa punta salentina.
Bagno la mano nei due mari, Adriatico e Jonio, che qui si congiungono in un amplesso turbolento.
E’ qui che nasce il mito, tra questi due mari.
Il mito di Leucàsia, la bellissima sirena bianca.
Bellissima ed anche mostruosa, conturbante, ammaliante e tremenda nella vendetta.
Si narra che essa, invaghitosi di un giovane pastore, tentasse più volte di sedurlo col suo canto meraviglioso ma il giovane, fedele alla sua innamorata, le resistette provocandone la furia.
Il suo fu un castigo feroce.
Sorprese i due amanti abbracciati sugli scogli di questo lembo di terra e scatenò una terribile tempesta che scagliò i due giovani in mare e poi sulla scogliera più e più volte fino ad ucciderli.
Poi divise i corpi lasciandoli sulle due punte opposte del golfo perché non si riunissero più.
In Olimpo Minerva assistette alla tragedia e, pietosa, trasformò i due teneri amanti in pietra: Punta Meliso e Punta Ristola che abbracciano questo specchio di mare.
Ricordi? Ci siamo stati su quella punta, abbracciati e gioiosi.
Così siamo noi due. Vivi, vivissimi nel nostro amore ma lontani come Melisso e Aristula, uniti e divisi da un destino-sirena che impedisce il compiersi della nostra felicità.
Col contributo degli dei invidiosi.
 
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categoria:amore, favole, ricordi, vita, diario
venerdì, 28 novembre 2008

Ecco come un tornare a casa dall’ufficio, dopo una estenuante giornata di spiegazioni (sempre le stesse) all’utenza che fa domande ma non vuole capire le risposte, si trasforma in un decisamente in un pomeriggi di collera, avvilimento, sdegno. Tornare a casa e trovare la propria porta chiusa ma senza la toppa per la chiave ti fa girare le palle perché sai che sei stato visitato dai topi ma speri che non sia così. Sei avvilito per la confusione dei cassetti e armadi svuotati, libri e lettere buttati per aria. Sei sdegnato non tanto per le poche che quei rubagalline han portato via, ma per quello che esse rappresentavano per te. E soprattutto sei sdegnato per la tua intimità violentata. I tuoi abiti e maglioni, mutande e calzini sparpagliati per tutta la casa come nei lager dopo un’esecuzione. Ma questo puoi sopportarlo. Quello che VERAMENTE non si può sopportare è che ti abbiano rubato LE SIGARETTE CAZZO! E a quell’ora tutti i tabaccai sono chiusi! E ti senti perso e la collera di cui sopra si trasforma in stizza, rabbia, furore, bile, delirio, RAPTUS! E se prima eri disposto a perdonare essi che non sanno quello che hanno fatto (così fan tutti) adesso no, no cazzo. In quei momenti di alienazione mentale richiedi a gran voce e nell’ordine, la pena di morte, riapertura dei lager di Gentilini, dare fuoco ai barbùn, calci in culo a Gasparri (in culo non in faccia!), giri di chiglia a Dalema (la chigli del suo Icarus), pena di morte di nuovo, laserizzare definitivamente il cuoio cappelluto (la testa gnurànt …zzo avete capito!)e costringerlo a cantare “Fischia il vento” o, in subordine “Bandiera rossa” accompagnato dal fido Fede in controcanto, colorare Uòlter col lucido da scarpe color Testa di Moro e fargli cantare, dopo un ragionevole numero di manganellate “Ti saluto vado in Abissinia” o, in subordine “Fischia il sasso” con Franceschini a lucidarlo con morbida vero pelo 100x100 naturale di Aye Aye, dare fuoco ai babùn che fa freddo, affanculo ai radicali, Brunetta Bassotto Bastardo (per brevità BBB), rimodernare i lager di Gentilini che quelli di prima erano inefficienti. Poi, finalmente, il bar tabacchi apre ti fai un caffè per calmrti e una bella, lunga, profonda, esustiva boccata di Marlboro roosa da riempirti i polmoni e far suonare gli allarmi “ATTENZIONE PERICOLO POLVERI SOTTILI..."

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categoria:pensieri, riflessioni, vita, delirio, schifezze
lunedì, 24 novembre 2008

Usciti dal ristorante (io piuttosto alleggerito nella tasca posteriore dei pantaloni) Pepè mi invita a scolarci una delle acquaviti di sua contrabbandiera produzione <<così, per digerire.>>
- Scià uagliò, che mo ti faccio assaggiare un nettare, un’ ambrosia che manco gli dei hanno mai assaggiato!
- Peppì, jè cert Crist, mi sorprendi sempre… Ambrosia, ma dove hai imparato questa parole tu, che sicuramente conosci vita morte e miracoli di vacche e porci…
- Ihhh poche chiacchere uagliò! Tu la notte dormi e resti gnorande che manco i cani e te lo dico puro in straniero “manco los perros” ecco aqquà. Io la notte mo leggo, studio tremende (guardo) a televesioun e m’insegno un sacco di cose, m’insegno… senti qua “nessuno può essere saggio a stomaco vuoto”…
- Embè? – chiesi.
- Embè!? Uagliòòòòòò ma come cazzo è che sei arrivato in cima che sopra di te c’è solo ‘u Pateterne… Sei nell’Empireo dell’ignoranza, si nu barbaro, nu rozzo! George Eliot l’ha detto che era pure una femmina inglese che usava un nome maschio e cazzo com’era brutta!
-Va bene, va bene hai anche un vocabolario forbito neh? Barbaro, rozzo… avisse mise pure incolto, incivile, grezzo, digiuno… no digiuno no che sto scoppiando, ecchemadonna Pepè mi stai a smontare.
- Seee, jè la capa che devi smontare e non mi prendere per culo cu sti parole difficili… Incolto, bah! Ti ho sempre detto che dovresti “coltivarti” meglio amico mio!
PASQUINAAAAA – urlò il caro Pepè, visto che eravamo davanti al vecchio cancello chiuso e lui aveva dimenticato le chiavi. – Pasquì japre ‘u cangidde!
Il ronzio del cancello che si apriva ci accompagnò per il vialetto insieme all’abbaiare festoso della Nena e di due dei suoi ex cuccioli, Guerra e Dannazione, che ci giravano attorno in uno scodinzolio da mettere allegria.
Finì, l’allegria, quando entrammo in casa.
Le vecchie case di campagna, i trulli, hanno l’ingresso che da sulla “comune” la stanza principale della casa da cui si dipartono le altre camere.
Seduta al tavolo “buono” c’era la sorella vestita a lutto che piangeva a dirotto.
Persino il velo aveva indossato sulla capigliatura a crocchia.
- Eccheccazzo, Pasquì, chi è morto? Come stai? Che è successo?
Chiese in rapida successione Pepè alla sorella.
- Nesciuno, malamente, m’ha lassète!
Tre risposte singhiozzanti, tre fucilate della meschina che rimbalzavano sugli specchi appesi alle pareti.
- Ossignore! – esclamò Pepè gli occhi al soffitto – manco le fuliggine ha tolto, jè grave ‘u fatte… Pasqua…  Mo calmati e racconta che la calmezza ti calma e non piangi più che diventi brutta e ti vengono pure le vene vanitose alla faccia!
Eh Pepè, consolazione della sorella che lo abbraccia e comincia a dire tra un singhiozzo e l’altro:
- L’ho visto kur purk,(quel porco)‘u so viste giù alla banzina ca stève appoggiato alla sua macchina e faceva ‘u purk con quella zoccola di Palmina e ridevano tutti e due... Uahhhhh!
-Scià, Scià… alla benzina davanti a tutti e con Palmina poi… che quella è una santa… scià hai visto male…
- No, no! Sono entrata pure io alla benzina e sono scesa dalla macchina mia e gli ho detto a kur purk ca jère nu purk e non lo voglio più vedere Uahhhh!
- Allora si tu ca l’ha lassète (sei tu che lo hai lasciato) a quel grandissimo cornuto che te lo dicevo io che quello era malerba ma tu no! Eri ‘nnammurète de kur strunz!
- Non è cornuto! Io sono una ragazza seria!
- Va bene, va bene ma mo calmati e vedi che quello là kume cazze si chiama ‘u ‘nfermière… Carelli Catelli kur de Bére mi ha chiesto di nuovo come stavi Pasquì, pensaci è un buon partito, jè ‘nfermière, medicine aggratis…
- Ma a me nan me pièsce, io voglio sposarmi per amoooore!
- Pasquì… - le disse paziente Pepè - mo tu tiene cinquand’anne, ce vè acchianne (cosa stai cercando) Leonardo Di Capri? Nan tu ffè scappè pure a questo! L’amore viene dopo.
Le diede un bacio sulla fronte e dieci gocce di lexotan mentre l’accompagnava in camera sua.
Tirando su col naso Pasquina si calmò.
Mentre andavamo nella grotta che fungeva da cantina naturale a scolarci una mezza bottiglia di acquavite Pepè rimuginava tra sé.
- Cos’è sta storia di tua sorella?  E chi sarebbe “kur purk”?– chiesi dopo un paio di bicchierini.
- Eh, sapessi… E’ cominciato subito dopo gli Europei di calcio, t’arrecurde? “Kur purk” è Andonio che lavora al magazzino e porta il muletto… Pasqua si è innamorata come una baccalà di quindici anni. Lui non la pensa proprio ma
sono usciti pe ‘na pizza un paio di volte con amici comuni. Ecco la grande storia d’amore de soreme! E poikèra Palmina… Una grandissima ciuccia ca tiène na filosofie… Jè buona però sta filosofie… dice che la carne è debbola e che quando trova uno “spirito forte” lei non sa resistere! Seh spirito forte… spirito “duro” avisse a discere!

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categoria:politica, racconti, ricordi, vita, storie
venerdì, 21 novembre 2008
 
La domenica elettorale vide Pepè alle prese col volantinaggio più o meno davanti al seggio della scuola.
Mi aveva mollato un pacco di santini col suo nome e cognome e la raccomandazione di darmi da fare.
Quando tornai alla scuola vidi un po’ di agitazione sul piazzale e mi accorsi che il nostro era alle prese coi carabinieri, i vigili urbani ed alcuni, pensai, rappresentanti di lista.
- U sapève, lo sapevo che in questo paese ‘a democrazie nan ge stè, non esiste! Marascià, lo vedi a questo signore del cazzo? Bé questo stava dando i biglietti a Ciccio u Boss, a Jujuccio de Biangh e a Tonuccio Terraterre…
- Ma come ti permetti, ce temmurte! – rispose veemente Ginuzzo Jammeja cercando con la sua stazza non indifferente di lanciarsi contro la stazza non indifferente di Pepè a stento trattenuto dal maresciallo e da un vigile urbano.
- Calma, calma, stateve calme, che sennò vi porto in caserma a tutte duò! – esclamo autorevolmente il maresciallo. – Ma 'u sapite voi due che è proibbito dalla legge di dare i cazzi dei santini vicino ai seggi di ‘lezioun? E mi meraviglio di voi Ginuzzo, nu professore cum’a vuie scendere al livello di Pepè…
- Come sarebbe al livello di Pepè? – urlò Pepè veramente incazzato ora – Io, caro lei, sono almeno sedici o diciassette scale più sopra di questo… di questo… individuo con la laurea e poi con quella laurea pulisciti il culo!
Come Dio volle riuscii ad allontanarlo un po tirandolo per la giacchetta, un po’ spingendolo ma con i miei sessantaquattro chilogrammi cosa potevo fare contro quella montagna di carne che si chiama Pepè?
Dall’altra parte della strada c’era, e c’è ancora, un bar dove riuscii a far sedere il Pepè furioso. Ordinai una camomilla ma il nostro si era già calmato e, preso il cellulare chiamò la sorella per dirle che non sarebbe tornato per il pranzo che <<I ‘lezioun>> incombevano ed era necessaria la sua presenza fisica sul posto per tenere lontane <<le forze reazionarie e i preti>> e m’immaginavo i segni della croce della sorella Pasqua.
- A madonne già l’una!- esclamò – scià, andiamo a mangiare.
- Vabbuò – risposi – ma stavolta pago io che sennò mi dici che sono diventato uno sfruttatore della forza lavoro del proletariato!
- Ottimo! Era ora.
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categoria:racconti, vita, fantasia
lunedì, 17 novembre 2008
Peter Pan   
 
Il cielo prometteva nulla di buono.
Infatti proprio mentre uscivo dal portone di casa il buon Dio aprì il rubinetto della doccia.
Il brontolio del tuono si fece sentire un paio di volte ammonendo l’umanità della sua provvisorietà che un lampo e puf!
E giù acqua, roba da diventare pesci.
Sguazzavo nei fiumi, più che rivoli, che scendevano a valle (il mio paese è sul cocuzzolo di una collina) sotto un maxi ombrello verso lo squallido ufficio in questa grigio, uggioso pomeriggio quando vidi vorticarefrenetico sull’acqua un pezzo di carta.
Fu in quel momento, in quel preciso istante che mi rividi bambino correre dietro alla barchetta di carta che avevo fatto con grande sforzo mentre scendeva giù per il corso principale fino allo scarico in piazza Marconi.
Non pensai più alla pioggia; dal mio taccuino strappai alcuni fogli e con la stessa fatica bambina costruii due o tre barchette che poggiai una dietro l’altra sull’acqua.
Via! In una corsa degna di una gara nelle rapide le tre barchette filavano veloci ed io dietro incurante degli occhi che mi seguivano.
Avevo ritrovato per un attimo la mia infanzia e la pioggia si mescolava a qualche lacrimuccia che scendeva anche lei rapida.
La sera andai al cinema al primo spettacolo e, in barba a leggi e regolamenti, accesi una sigaretta nel buio e… rividi le volute di fumo nella luce bianca del proiettore salire sinuosa ed ancora mi immaginai bambino in quello stesso cinema a meravigliarmi della forza di Sansone, della cattiveria degli “indiani”, della crudeltà del Faraone, della cattiveria dei giudei…
La realtà mi colse di sorpresa a mezzo maschera che mi ha richiamato, giustamente, al rispetto della legge.
Figuraccia ma… ne è valsa la pena.
Che bel giovedì è stato.
 
14 novembre 2008
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categoria:pensieri, ricordi, vita, diario, fantasia, pioggia
martedì, 14 ottobre 2008

Questa volta è Mara la colpevole di ispirazione nella nuova puntata del sequel "tritasentimenti e qualcos'altro”, già.
La bella poesia è sua, ho cercato di rovinarla dal punto di vista del solito vecchio porco maschio sciovinista.

 
una notte di luna
 
E posso urlare a te di notti esangui 
candido il viso in pallide lenzuola
crateri gli occhi nel volerti ancora

Posso gridare il male che non feci
Posso negar la notte che mi davi
Avrei potuto e forse potrei ancora

Ma caddero le foglie ed i miei denti
Erano bianchi, ora gobbe inerti.
 
http://aquilonesenzavento.splinder.com/
 
  
E’ l’una di notte di una notte di notte di luna e non dormo.
Non ci riesco.
Sono prigioniero di un’insonnia che è diventata un’amica quasi cara da quando sei andata via. Da quanto?
Poche ore o giorni o mesi che importa?
Fisso il muro bianco davanti al lettone.
Ho tolto le tue fotografie sperando passasse più in fretta.
Invece vedo continuamente la tua figura sul muro appena lo sguardo si ferma un poco, come un’immagine sacra stampata sulla parete da chissà quale miracolo.
Ossignore! Chiedersi perché sei andata via, è inutile, vorrei non fosse successo ma è successo e comunque non ho scuse o perdoni da chiedere per tradimenti presunti che non esistono proprio.
Era la tua… gelosia? Eri stanca di me? E’ il mio orgoglio?
Dio che tempi quando si correva sull’orlo della notte aspettando che l’alba arrossasse noi vestiti solo di sabbia!
Adesso aspetto che un’altra alba possa spuntare di nuovo
tra le mille aurore tutte uguali, ma l’autunno è già qui sperando che non si trasformi troppo presto in inverno.
Limmagine è un'opera di Luciano Camillo Tucci www.lucianotucci.it
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venerdì, 22 agosto 2008

QUASI VENT’ANNI

...ccidenti

ricco e bello



Eccolo là, capello riccio d’accarezzare, il baffo nero come la notte dei tempi.

E già, quei tempi… Come si dice quando si vuol far gli intellettuali poliglotti? Ah si… ’I remember che erano tempi duri.
Allora c’era la lira, ve la rememberate la lira? Beh, già allora avevo delle amnesie su quella moneta che poco sostava nelle mie tasche!
Un po’ perché erano affette dalla sindrome dell’evasione, l’altro po’ perché scoprii una certa affinità con quel tale barba lunga finito con piedi e mani bucate… come le mie.
E le lunghe serate invernali a tremolare come le stelle nel cielo terso dal freddo pungente che non sembrava tale.
E i jeans a zampa di elefante che noi provincialotti dicevamo alla “Celentano”,
marca Roy Rogers e i medaglioni con stampati i titoli delle canzoni… io, sì anch’io, ne avevo uno con un bel “Sono Tremendo!” rosso scarlatto su fondo giallo canarino mai messo per vergogna? Timidezza? Mah!
E, parafrasando Baglioni, le lunghe corse affannate dietro alle “pucciuedde” (ragazze) tutte timorate di Dio e noi maschietti invece grandi scopatori.
E l’aria da bambino che mi chiedevano la carta d’identità al cinema per sospirare con la mitica Moana.
Si faceva sesso virtuale già allora ma, nell’improbabile caso accadesse, eravamo, ero, pronto.
Infatti la prima volta (ma non ditelo a nessuno neh!) fu TRAGICA, punto.
E non era nemmeno domenica. Eravamo al mare ed amare erano le lacrime, amare... Capita quando si perde una elle.
E le partite a biliardino e le suonate stonate del caro vecchio Lucio e Faber e Cicciociccio Er Meetico De Gregori… “ma tutto questo Alice non lo sa”.
Il Ciao Piaggio, straordinario mezzo su cui posavo le mie ciapètt e con cui posavo manco avessi una Ducati Scrambler 350, il mio sogno giovane.
E poi la Cinquecento rossa corallo e intanto il tempo passa e non ritorna più…
Vent’anni gente, “e vent’anni sembran pochi, poi ti volti a guardarli e non li trovi più”.
Eh!
E mi ricordo, infatti, un pomeriggio ameno / io e il mio amico specchio delle mie brame/ famoso illusionista bravo nelle trame / dal quale mi guardava uno strano tale /con moglie e tre figli e il mutuo da pagare/ mi presentò i miei cinquant’anni/ e il contratto scaduto col prete e pure col Comune…. Ed io risi, io risi, io risi.
E rido ancora.

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lunedì, 04 agosto 2008
Lo Sporgente
 
15 luglio 2008
 
Si possono percorrere un’infinità di chilometri in una sola vita senza mai scalfire la superficie dei luoghi né imparare nulla sulla gente appena sfiorata.
Il senso del viaggio sta nel fermarsi e ad ascoltare chiunque abbia una storia da raccontare.
Tra Ascea e Pisciotta, sulla ex Strada Statale 447 che costeggia il mar Tirreno troviamo sospeso sulla marina a duecento metri sul mare lo… Sporgente, ristorante “appeso” sul costone in via lo Sporgente (sic!).
Abbiamo pranzato sulla piccola terrazza con vista superlativa a ristoro degli occhi, col rischio di andare in overdose da panorami da 100/100.
 
 
 
In sala Beniamino ottimo anfitrione, in cucina la Signora Imma ottima e basta dalla fantasia culinaria illimitata.
“Siamo qui da otto anni. Non è stato facile ma piano piano siamo riusciti a farci voler bene dalla gente. In cucina solo prodotti freschissimi e, a seconda delle stagioni, anche i prodotti dei boschi qui attorno trovano il loro giusto posto tra i piatti che proponiamo”.
Ci si innamora subito qui delle persone, come del mare o dei boschi.
E della cucina.
Cominciamo con antipasto a base di salumi e sottoli cilentani, da mangiare con gli occhi prima che di bocca.
Continuiamo con la “terrina di Imma” deliziosi gamberi gratinati in forno, cimetta di rosmarino nascosta e granella di mandorle degna al palato degli dei.
Persino l’olfatto, rallegrato dall’aroma soffice della pianta officinale, diventa famelico e reclama l’attenzione dei passati ma mai sopiti tempi in cui esso godeva di una stima ormai dimenticata nei fast food (ma che brutte parole!), perso (ahimè) tra fritti e salse globalizzate.
Il primo, ossignúr il primo piatto sono le linguine fresche ai frutti di mare (o il contrario) gioia degli occhi per i colori: l’arancio delle cozze e quello più intenso dei fasolari, il rosa pallido delle vongole, il verde vivo del prezzemolo fresco ed il rosso dei pomodorini, gioia del palato per il sapore ben amalgamato, equilibrato e sapido. Gustate in silenzio nel soffio del vento che porta gli odori del bosco di là della strada.
Scarpetta finale con gimkana tra prezzemolo e pomodorini.
Ottima la Falanghina del Sannio al bicchiere, un bianco da leccarsi i baffi, cosa assolutamente da farsi! (crescersi i baffi…)
Anguria rossa come il più rosso dei libretti rossi di dzedonghiana memoria e “u cafè” forte come l’odio, nero come la notte, dolce come l’amore, sempre ottimo qui in Cilento.
Una giornata memorabile, cominciata col nervoso di non riuscire a trovare un… attributo sessuale secondario maschile, nonostante cartine stradali e turistiche ottime ma mal supportate da decenti segnalazioni dei luoghi e direzioni da prendere e finita sulla sabbia dorata di Ascea Marina in pace con gli dei e con gli uomini (e pure le donne).
Con la promessa di ritornare.
 
 
 
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