giovedì, 09 ottobre 2008

 
“Il cielo,
si perde il pensiero quando guardo il cielo”
(Lucio Dalla)
 
3 ottobre 2008
 
“Prepararsi per il decollo”
Il tono imperativo nella voce del pilota mi colse alla sprovvista e la mano destra corse a proteggere la gola in procinto di de-collazione.
Deglutendo nervosamente tornai al presente dal medio-evo dov’ero rifugiato sentendo la spinta possente da novemila chilogrammi dei due motori turbofan Pratt & Whitney JT8D che mi premeva sullo schienale.
Guardai dal finestrino la pista scorrere veloce e l’ombra del Mad Dog rimpiccioliva sempre più come un capo di finta lana lavata a caldo.
l’MD82 Alitalia detto il “flauto del cielo” per via dei suoi rumori caratteristici ed esclusivi avanzò con fatica cercando di vincere la gravità che, da buona madre, non voleva lasciarlo andar via.
“Benvenuti a bordo”.
La voce prima imperativa ed ora rassicurante del comandante ci augurava un buon volo.
La rotta migratoria sud-nord si stabilizzò attorno ai diecimila metri in un’aria assolutamente limpida e sgombra di nubi con una visibilità illimitata.
Dall’alto tutto sembra assumere una rilevanza diversa dal solito: i particolari, le case, le macchine, l’uomo, perdono importanza e centralità inglobati, come sono e siamo, in un tutto che a sua volta è parte di un tutto e così via all’infinito.
Allora le strade diventano serpenti sinuosi che si confondono mimetizzandosi tra i flessuosi declivi montani e le valli fino a scomparire, alberi e cespugli trasformarsi in macchie di colore come nei quadri di Monet ed ecco che rimangono visibili solo due elementi: terra ed acqua.
Non riconosco la mia terra dall’alto no, mi sembra estranea e devo fare uno sforzo di memoria per ricordare le cartine geografiche studiate a scuola.
Individuo il Gargano e Peschici e Vieste, chiazze bianche tra il verde cupo dei boschi ed il blu cobalto del mare appena scalfito dalle scie delle navi che lo solcano.
Ed ecco apparire le isole Tremiti, perle quasi smarrite nell’immenso blu.
Dapprima rade e diafane come i veli di Salomé le nuvole appaiono come fantasmi silenziosi nel cupo brontolio della cabina, poi piano piano si trasformano in batuffoli bianchi, piccole lepri leggere che scorrono tra un oblò e l’altro, che sembrano radunarsi una sull’altra fino a diventare una distesa bianco cenere.
Una moquette su cui, a tratti, si scorge la silouette dell’aereo.
Sotto un manto bianco, sopra un cielo blu quasi viola.
Ora siamo immersi nelle nuvole, non esistono più colori ne profondità di campo. E’ un limbo in cui l’occhio si perde e si aggrappa ratto all’unico punto di riferimento che ha: l’ala dell’aereo la cui estremità vibra come le ali dei grandi rapaci.
Poi una sottile linea di azzurro comincia a separare il basso dall’alto e sfociamo finalmente in pieno sole.
Lo spettacolo è valso il costo ma purtroppo le diavolerie digitali hanno fatto fiasco. La fotocamera non aveva retto all’emozione e non ha dato segni di vita per tutto il viaggio. Colpa dell’altra diavoleria evolutiva, il cervello, il mio, che ha dimenticato di caricare le batterie.
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giovedì, 21 agosto 2008


2 AGOSTO 2008

Lo scodinzolo della bestia ci accompagna mentre infiliamo in auto il necessario per la prima giornata di mare giù a Trentova.
Come l’equipaggio di un aereo elenchiamo le cose da mare messe nel cofano della vecchia Tipo Fiat tuuutta contenta della vacanza: ombrellone… OK; zaino con costumi di ricambio e teli spiaggia… OK; borsa termica con una bottiglia da cinquecento ciccì di acqua minerale frizzante, una di chinotto san pellegrino più una di aranciata senza zuccheri aggiunti… OK; ghiaccio finto per borsa termica di cui sopra… OK! Ma insomma!
Sono passate da poco le otto del mattino ma la spiaggia, quella libera, è già piuttosto affollata al contrario del lido li a fianco (PUH!) quasi deserto.
Piantiamo l’umbrelùn nella sabbia umida e urgentemente in acqua che il richiamo atavico del grembo materno era così impellente che a momenti ce la facevamo addosso!
Il contatto della fresca acqua del Tirreno sulla pelle è godurioso veramente.
I muscoli erettori dei peli sono in piena attività ed è una sensazione mmm ecco!
Alle undici si torna a casa che il sole diobono è assolutamente ligio al suo dovere di… sole!
Infatti la scarpinata sino all’auto non è certo tra le più semplici.
Sono chiarissime le tracce che lasciamo sull’asfalto che si attacca alle ciabatte: dietro noi una scia di sudore e questo mondo tremolante nella calura. Le musiche di Ennio Morricone enfatizzano l’azione.
“Buona la prima” dice il regista (io) e ci infiliamo nel forno crematorio della Tipo adattata alla bisogna ché ora si gira un documentario tipo “Diocleziano e le persecuzioni ai cristiani in estate al mare".
A casa mi attacco alla bottiglia battendo il record mondiale di apnea fuori dall’acqua... l’acqua era “dentro” bevuta a cannella con sommo piacere dell’esofago e quant’altro.
Cuki appare, silenzioso fantasma color biondo miele, salutandoci caninamente.
Il furbastro ha sentito rumor di stoviglie ed è arrivato tomo tomo, a reclamare parte del rancio che il sottoscritto prepara con un delizioso grembiulino attorno alla vita (rosa e coi cuoricini! Dopo aver annusato l’aria ed aver deciso che il menu era di suo gradimento si accuccia leccandosi come da foto.

Insomma ci vuole il tempo che ci vuole per cuocere pasta e sughetto ed il canis bastardensis volge lo sguardo lontano, aspettando fiducioso.


Poteva tanta fiducia negli esseri umani non essere premiata? Certamente no ed ecco la sua brava ciotola di cibo che viene divorata in un battibaleno.
Abbaiando un ringraziamento il nostro si allontana ed è spettacolare guardarlo mentre osserva il vasto mare ed il lontano orizzonte cogitando sui massimi sistemi delle canine cose.


Deve aver risolto alcuni problemi esistenziali il nostro Cuki visto che dopo un po’ si dedicò alla sua vera specialità!
Quando si dice che il pensare stanca…
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mercoledì, 20 agosto 2008
2 AGOSTO 2007
 
 
Primo giorno di vacanza.
Un po’ di tempo da dedicare alla contemplazione del mare e del cielo, delle rondini e dei gabbiani, delle api il ronzio attorno alla siepe.
Ascoltare il muggito lontano della bufala o il tuono brontolare sul monte Stella.
 
Alle sei del mattino sono già in giardino a respirare l’aria frizzante odorosa di mare che, seicento e passa metri più a valle, sembra liscio come l’olio
Tabula rasa sciupata dalle scie di qualche mattiniero turista in barca; Capri è laggiù a più di quaranta miglia, sembra sospesa sul banco di nebbia che copre l’orizzonte.
Tutto è silenzio ed in effetti “s’annega il pensier mio” all’illimitato spazio davanti a me ed io, piccolo uomo, naufrago dolcemente in questo mare.
  
Sento toccarmi una gamba, ero talmente contemplativo che non ho sentito Cuki il bastardo conosciuto un anno fa qui e rimasto nel nostro cuore e noi nel suo.
Cuki col suo naso bagnato mi invita al gioco e abbiamo giocato rincorrendoci sull’erba ancora umida dal temporale di ieri, catturandoci a vicenda, mozzicandoci persino e lui era cane ed io ero cane e abbiamo ringhiato insieme ed abbaiato, ed ululato al volo delle rondini finche la mia “umanità” ha avuto la meglio e, stanco morto, mi ha “stoppato” sull’erba fresca con il Cuki che mi guarda scodinzolando e mugolando.
“Sono dispiacente, ma uncelafopiù caro amico a quattro zampe”. Lui parve capire e mi si accuccia accanto, la testa appoggiata sulla coscia.
E’ piacevole per entrambi stare all’ombra della casa, anche se tra poco il sole farà capolino dal tetto e addio frescura ma…osti son le sette e mi aspetta il caffè, saluto Cuki che mi guarda sorpreso e corro dentro.
Monica dorme ancora.
La sveglierò con l’aroma del caffè ed un bacio.
 
(continua)
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lunedì, 04 agosto 2008
Lo Sporgente
 
15 luglio 2008
 
Si possono percorrere un’infinità di chilometri in una sola vita senza mai scalfire la superficie dei luoghi né imparare nulla sulla gente appena sfiorata.
Il senso del viaggio sta nel fermarsi e ad ascoltare chiunque abbia una storia da raccontare.
Tra Ascea e Pisciotta, sulla ex Strada Statale 447 che costeggia il mar Tirreno troviamo sospeso sulla marina a duecento metri sul mare lo… Sporgente, ristorante “appeso” sul costone in via lo Sporgente (sic!).
Abbiamo pranzato sulla piccola terrazza con vista superlativa a ristoro degli occhi, col rischio di andare in overdose da panorami da 100/100.
 
 
 
In sala Beniamino ottimo anfitrione, in cucina la Signora Imma ottima e basta dalla fantasia culinaria illimitata.
“Siamo qui da otto anni. Non è stato facile ma piano piano siamo riusciti a farci voler bene dalla gente. In cucina solo prodotti freschissimi e, a seconda delle stagioni, anche i prodotti dei boschi qui attorno trovano il loro giusto posto tra i piatti che proponiamo”.
Ci si innamora subito qui delle persone, come del mare o dei boschi.
E della cucina.
Cominciamo con antipasto a base di salumi e sottoli cilentani, da mangiare con gli occhi prima che di bocca.
Continuiamo con la “terrina di Imma” deliziosi gamberi gratinati in forno, cimetta di rosmarino nascosta e granella di mandorle degna al palato degli dei.
Persino l’olfatto, rallegrato dall’aroma soffice della pianta officinale, diventa famelico e reclama l’attenzione dei passati ma mai sopiti tempi in cui esso godeva di una stima ormai dimenticata nei fast food (ma che brutte parole!), perso (ahimè) tra fritti e salse globalizzate.
Il primo, ossignúr il primo piatto sono le linguine fresche ai frutti di mare (o il contrario) gioia degli occhi per i colori: l’arancio delle cozze e quello più intenso dei fasolari, il rosa pallido delle vongole, il verde vivo del prezzemolo fresco ed il rosso dei pomodorini, gioia del palato per il sapore ben amalgamato, equilibrato e sapido. Gustate in silenzio nel soffio del vento che porta gli odori del bosco di là della strada.
Scarpetta finale con gimkana tra prezzemolo e pomodorini.
Ottima la Falanghina del Sannio al bicchiere, un bianco da leccarsi i baffi, cosa assolutamente da farsi! (crescersi i baffi…)
Anguria rossa come il più rosso dei libretti rossi di dzedonghiana memoria e “u cafè” forte come l’odio, nero come la notte, dolce come l’amore, sempre ottimo qui in Cilento.
Una giornata memorabile, cominciata col nervoso di non riuscire a trovare un… attributo sessuale secondario maschile, nonostante cartine stradali e turistiche ottime ma mal supportate da decenti segnalazioni dei luoghi e direzioni da prendere e finita sulla sabbia dorata di Ascea Marina in pace con gli dei e con gli uomini (e pure le donne).
Con la promessa di ritornare.
 
 
 
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sabato, 02 agosto 2008
PAESTUM
 
11 luglio 2008
 
Se perfino mostri sacri della letteratura come Ungaretti, Goethe, Tasso, Nietzsche hanno, in endecasillabi, versi sciolti od impressioni, magnificato Paestum significa che l’antica Poseidonia lascia un segno profondo in tutti coloro che la visitano guardando oltre la fredda pietra dei templi, immaginando le case, le strade, le
botteghe piene di gente affaccendata nelle incombenze giornaliere, indaffarata nei compiti giornalieri che ognuno aveva.
Allora si vedranno vite diafane, immateriali figure battere il ferro o portare l’acqua, assistere a tragedie nell’anfiteatro o ai riti propiziatori nei templi di Hera.
Lo scalpiccio dei piedi grandi e piccoli, calzati o no, che hanno calpestato e consumato per secoli le strade della città, ridendo e piangendo, odiando ed amando diventerà udibile dalle profondità del tempo dove pare debba finire questa perla dell’antichità lasciata languire e soffocare da amministratori de-efficienti sotto erbacce ed incuria.
Ma nemmeno le malerbe riescono a domare la maestosità delle colonne Doriche della Basilica o del tempio di Nettuno che da più di duemila anni guardano ad est, a quel sole sorgente di vita che vita diede a questo posto.
Peccato che, insensibile alla Storia ed alle sue origini, l’uomo contemporaneo cerchi in ogni modo di dimenticare il suo passato.
Che futuro mai avrà l’uomo senza passato?
Ecco il degrado, non c’è bisogno di parola alcuna.
 
  
 
   
 
   
 
   
 
  
 
 
 
 
 
 
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lunedì, 28 luglio 2008
VELIA-ELEA
 
9 LUGLIO 2008
 
Quel giorno decidemmo di visitare Velia, l’antica Elea, fondata dai Focei antichi popoli emigranti clandestini pure loro che, per scampare ai Persiani di Ciro il Grande, migrarono per il Mediterraneo per approdare alla fine nella terra degli Enotri.
Dopo aver parcheggiato sotto il ponte della ferrovia all’ingresso ci guardano un po’ stupiti.
“Siete già la seconda coppia che visita la città!” esclama la bigliettaia che poi ci fa perdere la testa per raggranellare i quattro dico quattro euro (due ad personam) per entrare che non aveva il resto di cinque dico cinque euro.
Già questo la dice lunga sullo “stato di salute” della cultura da queste parti, che sono pure le “mie parti” in quanto terrone come e più di loro. Stato di salute che sarebbe peggiorato a Paestum, ma questa è un’altra storia.
Dunque siamo entrati in quella che fu la patria dell’omonima Scuola Filosofica istituita da Parmenide (« ... Orbene io ti dirò, e tu ascolta accuratamente il discorso, quali sono le vie di ricerca che sole sono da pensare: l'una che "è" e che non è possibile che non sia, e questo è il sentiero della Persuasione (infatti segue la Verità), l'altra che "non è" e che è necessario che non sia, e io ti dico che questo è un sentiero del tutto inaccessibile: infatti non potresti avere cognizione di ciò che non è (poiché non è possibile), né potresti esprimerlo. ...” Infatti lo stesso è pensare ed essere ») detta “veneranda e terribile” da Platone e precursore della civiltà occidentale a detta di Popper, dalla Porta Marina Sud salendo verso la Porta Rosa.
 
 
Siamo passati davanti e dentro le Terme Imperiali 
 
 
 
dove è ancora visibile il pavimento a mosaico.
 
 
Immaginavo Cicerone, Orazio e la gente comune rilassarsi in quel luogo duemila e passa anni fa.
Attraversando l’agorà di Velia per un attimo ho rivisto fantasmi di vita passeggiare per quel luogo: lo Zenone dei famosi paradossi, lo stesso terribile Parmenide o Melisso di Samo e li vedevo cogitabondi (bel termine eh?) a meditare sull’essere e sull’errore dei sensi.
Riprendiamo la salita.
Il sole picchia forte ma fortunatamente ci sono fontanelle alle quali dissetarsi. Su sempre più su sino alla torre angioina che ha inglobato parte del tempio dedicato, forse, ad Athena. 
La vista è… stupenda ed il pensiero va ai miliardi di occhi che hanno potuto godere di questo panorama nei secoli nella buona o cattiva fortuna, ormai polvere dispersa e forse nemmeno ricordo.
 
La bellezza del luogo però nulla può contro i borbottii di protesta provenienti dai nostri stomaci. Via allora alla ricerca di un ristorante che possa spegnere i morsi della fame.
 
Sul lungomare di Ascea Marina lo becchiamo al primo colpo!
Uè, consigliato dal Touring: la Lampara si chiama sull’omonimo lido.  
Siamo i primi clienti vista l’ora (mezzogiorno e mezzo, e ci si è chiesti e chiesto se la cucina fosse in funzione: “Ma certo!” ha escamato il gestore che ci ha accompagnato sulla veranda che dava sulla spiaggia privata del lido.
Signori una gioia per gli occhi ed il palato.
Antipasti di terra e di mare. Salumi e sottoli cilentani, misto mare in insalata (moscardini, seppioline e cozze), alici marinate, uno spaghetto al dente con generosissima aggiunta di cozze, pesce spada alla brace aromatizzato al rosmarino, frittura freschissima di paranza che, diobono, ti fa far pace col mondo cane, innaffiato come si deve con un Cilento bianco DOC della Barone Vini dal colore giallo paglierino, odore delicato e sapore fresco, armonico.
Dodici gradi aggiunti ai trenta dell’esterno hanno provocato quella che io chiamo “Superiore E Sublime Distacco Dal Mondo Crudele E Sorriso Ebete
Grazie.”
io sazio ma non satollo
 
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martedì, 22 luglio 2008
VACANZE AGROPOLESI
 
Lungo il Golfo di Salerno varie gemme sono incastonate sui versanti montani che guardano il mare Tirreno.
Una di queste è Agropoli, la Porta del Cilento.
E’ il terzo anno che passiamo un paio di settimane di vacanze in questa riserva di bellezza.
Salendo per la ripidissima e strettissima via Eduardo De Filippo, attraverso un breve tunnel di alberi abbracciati in alto come teneri amanti a celare il cielo blu con le fronde scosse appena dalla brezza, si giunge infine sul cocuzzolo accompagnati da preghiere scritte a vernice rossa su cartelli di cartone invitanti ad “andare piano” e qui il respiro perde un colpo e gli occhi si spalancano: la cittadina è sulla rupe di fronte a noi, a picco sul porticciolo e il mare.

 
 
L’emozione che ci prende è sempre uguale, da tre anni.
Ci fermiamo un momento a riempirci gli occhi ed imbocchiamo la stradina che ci porta al piccolo nido affacciato splendidamente sulla Baia di Trentova tra il monte Tresino e la lunga linea della Costiera Amalfitana.  

            

(il nido)                                                                         (Monte Tresino)

Di fronte Capri, a 35 miglia, visibilissima nelle giornate di maestrale.
 
Ed è qui, su questo ciglio estremo che prima di ogni altra cosa colmiamo l’anima e gli occhi di questa meraviglia, meravigliati ogni volta dalla generosità della Natura così prodiga coi suoi figli e da loro continuamente violentata.
 
 
Un gabbiano plana pigro sulla baia mentre stormi di rondini e balestrucci sfrecciano veloci davanti a noi.
E’ in questo paradiso che trascorreremo i prossimi quindici giorni…
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