giovedì, 25 settembre 2008

24 settembre 2008
 
Insomma ieri, presi baracca e burattini, confermai agli amici la mia andata con loro a gozzovigliare (ma guarda un pocone!) in un ristorante gestito da un nostro ex collega di lavoro dal nome che da solo vale la visita: “Il Gozzoviglio”.
Proprio così! Un nome preludio dell’Inferno: la gola è uno dei sette peccati capitali, che peccato! Mancava, oltre a tutte le tabelle previste dalla burocrazia, quella di dantesca memoria “…lasciate ogni speranza, voi ch’intrate”.
Parcheggiata la Tipo nel campo di calcetto in disuso, attraversai il cancello e meraviglia! Palme e piscina, cactus ed ulivi, vasca dei pesci rossi e salici piangenti, mortaretti, bombe carta e tricche-tracche.
Elamadonna! Mormorai come il Piave nel secolo scorso.
Entrai in un ambiente caldo in legno, grandi vetrate con tende lievi che lasciavano intravvedere appena il fuori, lasciando all’imaginazione dimensione e profondità.
“Ecciao bastardone! Sono quasi le tre e dove cazzo sei finito?” Ecco il saluto caloroso che mi accolse appena entrato, eh gli amici…
Preso posto al mio posto arriva Saverio, l’ex collega: “Y allòr? Che vi porto?”
Queste, signore e signori, sono domande che non si devono porre ai meschini seduti a quel tavolo che, meschini appunto, nulla sanno della vita, di come va il mondo. Infatti sbarrarono gli occhi maschi e femmine, la mascella caduca quasi sullo sterno.
“Ma quello che vuoi!” fu la mia lesta risposta.
E allora andiamo! E cominciò il via vai del cameriere con gli antipasti cher vado ad elencare gioioso: carciofi interi prezzemolati sottolio su cuscino di lattughino, mozzarella di Gioa del Colle e prosciutto crudo ma non di Parma e nemmeno di San Daniele no, ma di don Ciccio di caravune, contadino allevatore, vinaio ex carbonaio (suo è anche l’ottimo vino Primitivo che ci accompagnerà per tutto il pranzo). Insalata di mare tepida con calamaretti, polpo, seppioline, dadini di cuore di sedano e carotine, sformati di cicorie e di funghi su letto di fave in purea e polpettine d’uovo ancora bollenti. I celestiali strumenti in accordatura improvvisi trovarono la nota giusta.
Cominciarono a suonare, i cori angelici, all’arrivo del primo primo: cavatellucci ai frutti di mare e pomodorini di una delicatezza quasi sublime; l’arancio del mitile accoppiato al rosa dell’anello di seppia ed al viola scuro del polpo con corollario rosso al pomodoro, illuminarono persino il grigio-topo del fuori rendendolo meno uggioso.
Il secondo primo fu altrettanto perfetto: accompagnato dal flauto di Pan e dalle ninfe Dafne e Crisopelea mi fu messo innanzi agli occhi il piatto di trofiette ai funghi di bosco freschi al pomodoro di cui sopra.
Sono lento nel mangiare e, mentre gli altri aspettavano il primo secondo, io ero ancora alle prese con le ultime trofiette chiuso al mondo esterno a noi (moi et la porteé).
“Eh?” fu la mia unica reazione, gli occhi persi chissà dove.
“Shhhh! Sta facendo l’amore con il sapore!” sentii appena.
Il secondo consistette in una fritturina di seppioline, merluzzetti, alicette e trigliette dorate e croccanti rigorosamente mangiate con tutte le spine coda compresa.
Dopo aver sganciato la cinghia dei pantaloni di un paio di fori,
Saverio sornione ci chiede “Vulite nu poco di frutta?”
“Ma no, basta che pieni siamo” eccetera furono le risposte.
“Signori e signore mèh, mica si può andar via senz’assaggiè la percoca di Turi al vino rosso!” Detto fatto, arrivò in tavola una panciuta brocca in terracotta ma panciuta assai da cui il nostro cavava col mestolo forato pezzi del frutto divino grondante il succo rosso dei salmenti nelle apposite coppette.
Signori miei mancavano solo i “ricchi premi & cotillons” che arrivarono poco dopo con pasticcini di sfoglia alla crema pasticcera e zucchero a velo tiepidi detti “sporcamuso”. Gioia e tripudio, un vero amore. Persino Afrodite avrebbe avuto le lacrime agli occhi mordendo simile delizia.
Tornai a casa sulle nuvole, portato in braccio da schiere angeliche; Serafini, Cherubini, Arcangeli, Dominazioni e Troni per l’occasione lasciati in libera uscita dal buon Dio.
 
 

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lunedì, 28 luglio 2008
VELIA-ELEA
 
9 LUGLIO 2008
 
Quel giorno decidemmo di visitare Velia, l’antica Elea, fondata dai Focei antichi popoli emigranti clandestini pure loro che, per scampare ai Persiani di Ciro il Grande, migrarono per il Mediterraneo per approdare alla fine nella terra degli Enotri.
Dopo aver parcheggiato sotto il ponte della ferrovia all’ingresso ci guardano un po’ stupiti.
“Siete già la seconda coppia che visita la città!” esclama la bigliettaia che poi ci fa perdere la testa per raggranellare i quattro dico quattro euro (due ad personam) per entrare che non aveva il resto di cinque dico cinque euro.
Già questo la dice lunga sullo “stato di salute” della cultura da queste parti, che sono pure le “mie parti” in quanto terrone come e più di loro. Stato di salute che sarebbe peggiorato a Paestum, ma questa è un’altra storia.
Dunque siamo entrati in quella che fu la patria dell’omonima Scuola Filosofica istituita da Parmenide (« ... Orbene io ti dirò, e tu ascolta accuratamente il discorso, quali sono le vie di ricerca che sole sono da pensare: l'una che "è" e che non è possibile che non sia, e questo è il sentiero della Persuasione (infatti segue la Verità), l'altra che "non è" e che è necessario che non sia, e io ti dico che questo è un sentiero del tutto inaccessibile: infatti non potresti avere cognizione di ciò che non è (poiché non è possibile), né potresti esprimerlo. ...” Infatti lo stesso è pensare ed essere ») detta “veneranda e terribile” da Platone e precursore della civiltà occidentale a detta di Popper, dalla Porta Marina Sud salendo verso la Porta Rosa.
 
 
Siamo passati davanti e dentro le Terme Imperiali 
 
 
 
dove è ancora visibile il pavimento a mosaico.
 
 
Immaginavo Cicerone, Orazio e la gente comune rilassarsi in quel luogo duemila e passa anni fa.
Attraversando l’agorà di Velia per un attimo ho rivisto fantasmi di vita passeggiare per quel luogo: lo Zenone dei famosi paradossi, lo stesso terribile Parmenide o Melisso di Samo e li vedevo cogitabondi (bel termine eh?) a meditare sull’essere e sull’errore dei sensi.
Riprendiamo la salita.
Il sole picchia forte ma fortunatamente ci sono fontanelle alle quali dissetarsi. Su sempre più su sino alla torre angioina che ha inglobato parte del tempio dedicato, forse, ad Athena. 
La vista è… stupenda ed il pensiero va ai miliardi di occhi che hanno potuto godere di questo panorama nei secoli nella buona o cattiva fortuna, ormai polvere dispersa e forse nemmeno ricordo.
 
La bellezza del luogo però nulla può contro i borbottii di protesta provenienti dai nostri stomaci. Via allora alla ricerca di un ristorante che possa spegnere i morsi della fame.
 
Sul lungomare di Ascea Marina lo becchiamo al primo colpo!
Uè, consigliato dal Touring: la Lampara si chiama sull’omonimo lido.  
Siamo i primi clienti vista l’ora (mezzogiorno e mezzo, e ci si è chiesti e chiesto se la cucina fosse in funzione: “Ma certo!” ha escamato il gestore che ci ha accompagnato sulla veranda che dava sulla spiaggia privata del lido.
Signori una gioia per gli occhi ed il palato.
Antipasti di terra e di mare. Salumi e sottoli cilentani, misto mare in insalata (moscardini, seppioline e cozze), alici marinate, uno spaghetto al dente con generosissima aggiunta di cozze, pesce spada alla brace aromatizzato al rosmarino, frittura freschissima di paranza che, diobono, ti fa far pace col mondo cane, innaffiato come si deve con un Cilento bianco DOC della Barone Vini dal colore giallo paglierino, odore delicato e sapore fresco, armonico.
Dodici gradi aggiunti ai trenta dell’esterno hanno provocato quella che io chiamo “Superiore E Sublime Distacco Dal Mondo Crudele E Sorriso Ebete
Grazie.”
io sazio ma non satollo
 
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martedì, 22 luglio 2008
VACANZE AGROPOLESI
 
Lungo il Golfo di Salerno varie gemme sono incastonate sui versanti montani che guardano il mare Tirreno.
Una di queste è Agropoli, la Porta del Cilento.
E’ il terzo anno che passiamo un paio di settimane di vacanze in questa riserva di bellezza.
Salendo per la ripidissima e strettissima via Eduardo De Filippo, attraverso un breve tunnel di alberi abbracciati in alto come teneri amanti a celare il cielo blu con le fronde scosse appena dalla brezza, si giunge infine sul cocuzzolo accompagnati da preghiere scritte a vernice rossa su cartelli di cartone invitanti ad “andare piano” e qui il respiro perde un colpo e gli occhi si spalancano: la cittadina è sulla rupe di fronte a noi, a picco sul porticciolo e il mare.

 
 
L’emozione che ci prende è sempre uguale, da tre anni.
Ci fermiamo un momento a riempirci gli occhi ed imbocchiamo la stradina che ci porta al piccolo nido affacciato splendidamente sulla Baia di Trentova tra il monte Tresino e la lunga linea della Costiera Amalfitana.  

            

(il nido)                                                                         (Monte Tresino)

Di fronte Capri, a 35 miglia, visibilissima nelle giornate di maestrale.
 
Ed è qui, su questo ciglio estremo che prima di ogni altra cosa colmiamo l’anima e gli occhi di questa meraviglia, meravigliati ogni volta dalla generosità della Natura così prodiga coi suoi figli e da loro continuamente violentata.
 
 
Un gabbiano plana pigro sulla baia mentre stormi di rondini e balestrucci sfrecciano veloci davanti a noi.
E’ in questo paradiso che trascorreremo i prossimi quindici giorni…
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martedì, 24 giugno 2008
La corrida
 
Alla spicciolata arrivano gli amici.
Il primo è il solito Giorgio “buzzone” che trascina i suoi 100 chili per un metro e sessanta di altezza uguale 160 centimetri quadrati (da cui il “buzzone”) sbuffando come una vecchia 740 locomotiva a vapore del 1905.
“Novantanove sono! Non cominciate a rubare!” esclama salutandoci.
Poi arrivano gli altri ed è con sommo dispiacere che Franco ha lasciato a casa la moglie. “I gemelli, sapete…” si giustifica.
Manca mezz’ora alla partita e decidiamo di giocare a carte.
Siamo in otto quindi due tavoli da quattro per una Scopa con seguente “passatella” che noi chiamiamo “primiera”.
Io, come al solito, mi trovo col Maestro, ma che dico col Messia della suprema ciucciaggine Nuccio U’ Chialà che, affondato nelle sabbie mobili, nell’ordine: del fronte della gioventù, gioventù socialista, FGCI e radicali, ha una maniera “politica del gioco inteso come momento di svago da applicare al calcolo probabilistico sulla presa del settebello:” Ecco.
Perdiamo quasi per “cappotto”: due, DUE! a undici. Punto.
“La tua incommensurabile zucconità” gli dico “sfiora dei livelli di tale soprannaturalità che dubito assai che il buon Dio, inteso come Ente supremo, possa in qualche modo alleviare”
“Elamadonna!” E’ la risposta e prima di qualsiasi discussione arriva la Pasqua con la prima teglia di coniglio e patate quello sì divino.
E di vino innaffiato, un cabernet sauvignon della vigna esposta ad Ostro.
Quattordiciecinquanta senza aggiunta di nulla. Va giù che è una meraviglia ma presto arriva ai piani alti.
Tra una parolaccia tipica di chi si ustiona le dita ed il rumore masticatorio inizia la delicata Partita dell’Italia.
Insomma dopo un quarto d’ora di passaggi ragnatela vediamo rotolare delle palle fuori dal campo: sono le nostre!  ed allora torniamo al vizio giocatorio che io e Chialà vogliamo vendetta.
Macché, perdiamo la seconda partita e pure la terza.
Al che Pepè raccoglie le carte e me le mette sotto al braccio “Scite a sciuké o’ perruzze” Antico gioco consistente nel far girare una trottola di legno dopo averla avvolta con dello spago. Difficile anche quello.
La noiosa partita che nessuno più vede va avanti e pure noi andiamo avanti a mangiare e bere, in amenissima (e te credo) concitazione conversativa fino a che Rocchino annuncia i rigori.
Silenzio totale, assoluto. Si sentivano solo i borborigmi dei nostri stomaci costretti agli straordinari.
Villa tira… gol.
Grosso tira… gol
Cazorla tira… gol.
De rossi tira… parata di Casillas. “E’ finita” dice qualcuno.
Senna tira… gol.
Camoranesi tira… gol.
Guiza tira… ma Aquilone Buffon respinge e la speranza torna a brillare nei nostri occhi acquosi.
Di Natale tira… uno dice che con quel nome è gol certo, ma è il ventidue di giugno e Casillas para.
Fabregas tira… gol.
Ahì que dolor! El matador matato dal toro.
A quel punto della serata tutti a dare definizioni colorite, anzi di più, su tutti.
La meno offensiva è questa coniata da Mimmo “fiammifero” “Toni, degghi a’ fè i virme peggio du kès pund” (Toni che tu possa fare i vermi peggio del formaggio guasto).
Ite missa est.
Tra due anni ci saranno i mondiali, se vivremo…
Intanto il cronista di queste tre puntate di orge mangerecce, va a disintossicarsi dall’overdose di calcio e colesterolo in Cilento.            
Buone vacanze a tutti.
 
lunedì, 23 giugno 2008


Sotto il grande noce (dicono che abbia più di quattrocento anni) l’ombra fresca e le sdraio invitano alla conversazione sui massimi sistemi.         
“Il sistema sicuro per digerire l’enorme quantità di polpette che hai mangiato, mi dice Pepè, è squagliarle con questo!” In mano ha una bottiglia verde scura con tappo di sughero che sbatte sul tavolo.    Sulla quasi etichetta una scritta col pennarello: “i murt tegghue”, i morti tuoi… “Pure l’etichetta è artigianale? Potevi farla fare da chi capisce di grafica Pepè, la tua rosperia è seconda solo a quella di Paperone!” gli dico con una smorfia.
“E l’arte” mi risponde sorpreso “ Vuoi mettere l’originale e ruspante schizzo di un cozzalone come me? Ma tu conosci un certo Picasso o Mirò?”.
“Mirò, Picasso… ma come picasso parli Pepè, che hai mangiato arte e cultura? Ma non eri allergico grave a quei blocchi di fogli che si chiamano libri?”.
“Vafangùlo, và!” mi fa mentre versa il liquido limpidissimo “Buttalo giù in un colpo solo, come i veri uomini!”
Il “glu” fu secco e solitario ed all’improvviso il mondo diventa acquoso, le lacrime non mi fanno mettere bene a fuoco la faccia ghignante di Pepè e la sua risata sembra provenire dall’oltrepo pavese.
Ansimante per l’estrema secchezza delle fauci gli sputo un farfugliante “Ma che cazzo era…” prima di attaccarmi alla fontana.
Accendiamo il forno a legna che stasera mica si può perdere tempo con coltelli e forchette ecchecà… no, no la Pasqua sta “trombando” la pasta per le focacce mentre il figlio Rocchino (un bestio da un metro e novanta) prepara i conigli da arrostire e la figlia Palmina (dalle grosse tette) è nell’orto a raccogliere insalate e pomodori.
“Ma chi verrà stasera alla partita?” domando incuriosito dalla quantità di cibo che stanno preparando.
“Mm, a’ venì “Fiammifero”, “Mba Fr”, Giorgio “Buzzone”, Giorgio “Pond i Kule”, “U’ Chialà”, cugginete Ninetto, “Pierino “Don P’ddikkie” e relative famiglie. Sai che Mba Fr. ha fatto stampare due gemelli alla nuova miglie? Una bonazza polacca che neanche nel Dash potevi trovarla!”
“Minchia! Ha mollato Anna e i ragazzi e si è sposato con quest’altra qua?”
“Eh, quest’altra qua… Pasquìììì, purteme l’albùm delle fotografie del battesimo di Mba Fr. per favore” Urla Pepè alla sorella.
Pasqua è veloce a portare l’album che Pepè apre su di una foto che ritrae una splendida donna di circa trent’anni.
“Ecco quest’altra qua” dice Pepè “ e questa è la sua ex, a vit a defférénze? E poi i “ragazzi” sono grandi, hanno più di vent’anni mi pare. Vit a “Pulakk” y vit a meddiére. Chi puo battere la polaccona bonazza?”
“Tu sì nu purk criète! E certe y murt!” esclama la Pasqua indignata.
“Ecco perché nan me so spuséte mè” le urla dietro il fratello ridendo.
Si sa che la complicità maschile in fatto di femmine è totale ed indiscriminata.
Davanti alla bellezza di un corpo femminile giovane viene difficile trovare argomenti a favore della ex moglie di Franco.
Quasi impossibile.
Impossibile…
Sono le sette di sera tra un attimo inforniamo le sei focacce e le teglie coi conigli preparati secondo tradizione contadina.
Non ci resta che aspettare gli ospiti e la cottura
 
22 giugno 2008 ore 19 circa
sabato, 21 giugno 2008
Quando la torre dell’orologio batte le tre, è tradizione raccogliere le briciole dalla tovaglia macchiata da poche gocce di ottimo Primitivo di Manduria per preparare il desco ai riti del caffè e del sigaro. E si comincia a parlare per il piacere di parlare, perché c’è condivisione di passioni e perché le parole pacate aiutano la digestione anche se questa Nazionale maiala fa di tutto per restarti sullo stomaco.
Le prelibate pietanze di sublime umiltà preparate dalla signora Maria ed il panorama di dolci colline predispongono comunque alla clemenza della corte verso i prodi pedatori che tanto fanno soffrire gli ammalati ed ammaliati dal tifo per una squadra che pare persa, e lo è, in cervellotiche e sterili geometrie inconoscibili ai più che vogliono solo bel gioco e gol, gol, gol. Un’overdose di gol per poter urlare alla luna la propria forza in una Europa che ci schiaccia e con un governo che ci umilia.
Umiliati dalle tre pappine tre che un’Olanda snella e veloce ha propinato ad Aquilone Buffon gran curatore di calci di rigore, uccellato col numero perfetto da piedi dai nomi impronunciabili.
Offesi, sì offesi da una mediocre Romania mediocri noi a imprecare contro arbitri occhialuti e sbuffare contro l’avversa fortuna.
Il sigaro è spento e la Maria ci porta un limoncello artigianale da lacrimatoio tanto è buono: “E’ fatto con l’amore per la tradizione” dice. Dice Gianni, il marito, “Ma Cassano…” appunto Cassano El Pibe di Barivecchia ingabbiato dai pochi minuti giocati esecutore puntuale degli ordini di Tristezza Donadoni nella partita vinta senza grossi rischi con la Francia ormai dismessa come ai tempi di Pétain, la loro Maginot inguardabile. Ed è grazie alla loro sorte benigna se i gallici cugini non hanno avuto una vera e propria débacle. Un gol su rigore di Pirlo ed uno su calcio di punizione di De Rossi.
Non riesce L’Italia a segnare su azione. Porta stregata o portieroni in stato di grazia non si riesce a gonfiare la benedetta rete.
Domenica c’è la Spagna. Siamo la sua bestia nera. Ottantotto sono gli anni di sconfitte spagnole, qualcosa vorrà pur dire.
Hasta luego.