venerdì, 21 novembre 2008
 
La domenica elettorale vide Pepè alle prese col volantinaggio più o meno davanti al seggio della scuola.
Mi aveva mollato un pacco di santini col suo nome e cognome e la raccomandazione di darmi da fare.
Quando tornai alla scuola vidi un po’ di agitazione sul piazzale e mi accorsi che il nostro era alle prese coi carabinieri, i vigili urbani ed alcuni, pensai, rappresentanti di lista.
- U sapève, lo sapevo che in questo paese ‘a democrazie nan ge stè, non esiste! Marascià, lo vedi a questo signore del cazzo? Bé questo stava dando i biglietti a Ciccio u Boss, a Jujuccio de Biangh e a Tonuccio Terraterre…
- Ma come ti permetti, ce temmurte! – rispose veemente Ginuzzo Jammeja cercando con la sua stazza non indifferente di lanciarsi contro la stazza non indifferente di Pepè a stento trattenuto dal maresciallo e da un vigile urbano.
- Calma, calma, stateve calme, che sennò vi porto in caserma a tutte duò! – esclamo autorevolmente il maresciallo. – Ma 'u sapite voi due che è proibbito dalla legge di dare i cazzi dei santini vicino ai seggi di ‘lezioun? E mi meraviglio di voi Ginuzzo, nu professore cum’a vuie scendere al livello di Pepè…
- Come sarebbe al livello di Pepè? – urlò Pepè veramente incazzato ora – Io, caro lei, sono almeno sedici o diciassette scale più sopra di questo… di questo… individuo con la laurea e poi con quella laurea pulisciti il culo!
Come Dio volle riuscii ad allontanarlo un po tirandolo per la giacchetta, un po’ spingendolo ma con i miei sessantaquattro chilogrammi cosa potevo fare contro quella montagna di carne che si chiama Pepè?
Dall’altra parte della strada c’era, e c’è ancora, un bar dove riuscii a far sedere il Pepè furioso. Ordinai una camomilla ma il nostro si era già calmato e, preso il cellulare chiamò la sorella per dirle che non sarebbe tornato per il pranzo che <<I ‘lezioun>> incombevano ed era necessaria la sua presenza fisica sul posto per tenere lontane <<le forze reazionarie e i preti>> e m’immaginavo i segni della croce della sorella Pasqua.
- A madonne già l’una!- esclamò – scià, andiamo a mangiare.
- Vabbuò – risposi – ma stavolta pago io che sennò mi dici che sono diventato uno sfruttatore della forza lavoro del proletariato!
- Ottimo! Era ora.
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lunedì, 17 novembre 2008
Peter Pan   
 
Il cielo prometteva nulla di buono.
Infatti proprio mentre uscivo dal portone di casa il buon Dio aprì il rubinetto della doccia.
Il brontolio del tuono si fece sentire un paio di volte ammonendo l’umanità della sua provvisorietà che un lampo e puf!
E giù acqua, roba da diventare pesci.
Sguazzavo nei fiumi, più che rivoli, che scendevano a valle (il mio paese è sul cocuzzolo di una collina) sotto un maxi ombrello verso lo squallido ufficio in questa grigio, uggioso pomeriggio quando vidi vorticarefrenetico sull’acqua un pezzo di carta.
Fu in quel momento, in quel preciso istante che mi rividi bambino correre dietro alla barchetta di carta che avevo fatto con grande sforzo mentre scendeva giù per il corso principale fino allo scarico in piazza Marconi.
Non pensai più alla pioggia; dal mio taccuino strappai alcuni fogli e con la stessa fatica bambina costruii due o tre barchette che poggiai una dietro l’altra sull’acqua.
Via! In una corsa degna di una gara nelle rapide le tre barchette filavano veloci ed io dietro incurante degli occhi che mi seguivano.
Avevo ritrovato per un attimo la mia infanzia e la pioggia si mescolava a qualche lacrimuccia che scendeva anche lei rapida.
La sera andai al cinema al primo spettacolo e, in barba a leggi e regolamenti, accesi una sigaretta nel buio e… rividi le volute di fumo nella luce bianca del proiettore salire sinuosa ed ancora mi immaginai bambino in quello stesso cinema a meravigliarmi della forza di Sansone, della cattiveria degli “indiani”, della crudeltà del Faraone, della cattiveria dei giudei…
La realtà mi colse di sorpresa a mezzo maschera che mi ha richiamato, giustamente, al rispetto della legge.
Figuraccia ma… ne è valsa la pena.
Che bel giovedì è stato.
 
14 novembre 2008
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giovedì, 06 novembre 2008
       Alterato.
Svanito in un dubbio rugginoso, in uno dei tanti pertugi che il crepuscolo lascia aperti prima di sprofondare nella notte, con una urgenza di gentilezza e d'affetto, è troppo chiedere amore e dover piangere per essere ricambiati?
C’era merito nel rallegrare le vostre vacanze raccontando
semplicemente le mie storie di ieri?
E vi scrutavo mentre noleggiavateun poco d'aria ai braccianti e alle loro vacche e poi regalare quasi gratis e a bizzeffe anni di fango ed altrocon promesse indecenti.
Vi spulciavo fino a scoperchiareuno per uno i vostri nascondigli pienidi scheletri con ancora brandelli di sensi appesi, col rimpianto della mia ingenuità persa già dalla prima fossa dove la curiosità moriva sorpresa e soppressa dai vostri <<Oh, ma che bravo>> e dai vostri ammiccamenti da capire, trascinati fuori dai bauli della cortesia al silicone ed io, nascosto dietro note di alberghi a due stelle a volte quasi musicali, protestavo le mie poesie sventolandole come bandiere per chissà quale illusione di futuro.
E nei salotti potevo strizzare i capezzoli delle contesse sempre madri o figlie di qualche madre/figlia e frustarle e farmi frustare a nove o diciotto code, carnefice e schiavo di quelle voglie celate dietro veli di fard e fondotinta, come un porcaro che si rallegra quando la scrofa figlia molti porcellini.
E la scena si ripeteva ogni giorno sempre uguale ed è difficile aprire gli occhi se occhi non si hanno ché questo mondo, l’astuto inganno, li ha cuciti col filo dello spot, nel rumore di scatole piene di vuoto e rotte come le mie.
Ed avevo paura.
Ma ora sarete voi che dovrete avere paura perché vi cercherò e vi stanerò dal mio e dai vostri nascondigli uno ad uno e passandomi davanti in fila indiana come i minuti interminabili di questo delirio, vi giudicherò e condannerò senza appello.
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lunedì, 29 settembre 2008
 

 
 Torcendo l’ombra che mi insegue
ho voglia di accarezzare la tua voce
Sussurri che incendiano
i miei frammenti di infinito
tra una ferita nuda
e il cuore tra le mani.
 
 http://perlasmarrita.splinder.com/post/18279684/.....
 
Cammino, cane randagio senza alcuna meta.
Non ho più posti dove andare.
La polvere dell’oblio sotto e sopra le scarpe  mi attende nell’ombra.
Cattiva coscienza che mi aspetta da sempre e sempre su muri sporchi d’indifferenza.
Mulinelli di cartacce e foglie morte mi accompagnano nel breve viaggio verso l’oscurità.
Ombra anche tu, persa chissà quando e chissà dove, in un freddo mattino d’autunno o in una calda sera d’estate, tra i binari di una stazione più o meno centrale o tra i tavoli di qualche vecchio bistrôt.
Avrei desiderio, ho desiderio delle tue parole, dei tuoi bisbigli così eccitanti che da soli bruciano l’anima.
Ti vedo ombra pallida appena abbozzata nella bruma dei miei pensieri, tra i lecci del bosco, fra i coni di trulli diruti, nei granai, sulla sabbia,nell'acqua… tra le mie ansie e le mie teorie.
Labbra su labbra, piccole e grandi ed il battito duro del cuore che esausto sprizza faville, piccoli lampi d’infinito negli occhi.
Il buio mi accoglie come una nuova amante, mentre mi svesto dell’abito consunto della mia vita.
 
postato da: noncelafopiu alle ore 08:48 | Permalink | commenti (1)
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