

24 settembre 2008
Insomma ieri, presi baracca e burattini, confermai agli amici la mia andata con loro a gozzovigliare (ma guarda un pocone!) in un ristorante gestito da un nostro ex collega di lavoro dal nome che da solo vale la visita: “Il Gozzoviglio”.
Proprio così! Un nome preludio dell’Inferno: la gola è uno dei sette peccati capitali, che peccato! Mancava, oltre a tutte le tabelle previste dalla burocrazia, quella di dantesca memoria “…lasciate ogni speranza, voi ch’intrate”.
Parcheggiata la Tipo nel campo di calcetto in disuso, attraversai il cancello e meraviglia! Palme e piscina, cactus ed ulivi, vasca dei pesci rossi e salici piangenti, mortaretti, bombe carta e tricche-tracche.
Elamadonna! Mormorai come il Piave nel secolo scorso.
Entrai in un ambiente caldo in legno, grandi vetrate con tende lievi che lasciavano intravvedere appena il fuori, lasciando all’imaginazione dimensione e profondità.
“Ecciao bastardone! Sono quasi le tre e dove cazzo sei finito?” Ecco il saluto caloroso che mi accolse appena entrato, eh gli amici…
Preso posto al mio posto arriva Saverio, l’ex collega: “Y allòr? Che vi porto?”
Queste, signore e signori, sono domande che non si devono porre ai meschini seduti a quel tavolo che, meschini appunto, nulla sanno della vita, di come va il mondo. Infatti sbarrarono gli occhi maschi e femmine, la mascella caduca quasi sullo sterno.
“Ma quello che vuoi!” fu la mia lesta risposta.
E allora andiamo! E cominciò il via vai del cameriere con gli antipasti cher vado ad elencare gioioso: carciofi interi prezzemolati sottolio su cuscino di lattughino, mozzarella di Gioa del Colle e prosciutto crudo ma non di Parma e nemmeno di San Daniele no, ma di don Ciccio di caravune, contadino allevatore, vinaio ex carbonaio (suo è anche l’ottimo vino Primitivo che ci accompagnerà per tutto il pranzo). Insalata di mare tepida con calamaretti, polpo, seppioline, dadini di cuore di sedano e carotine, sformati di cicorie e di funghi su letto di fave in purea e polpettine d’uovo ancora bollenti. I celestiali strumenti in accordatura improvvisi trovarono la nota giusta.
Cominciarono a suonare, i cori angelici, all’arrivo del primo primo: cavatellucci ai frutti di mare e pomodorini di una delicatezza quasi sublime; l’arancio del mitile accoppiato al rosa dell’anello di seppia ed al viola scuro del polpo con corollario rosso al pomodoro, illuminarono persino il grigio-topo del fuori rendendolo meno uggioso.
Il secondo primo fu altrettanto perfetto: accompagnato dal flauto di Pan e dalle ninfe Dafne e Crisopelea mi fu messo innanzi agli occhi il piatto di trofiette ai funghi di bosco freschi al pomodoro di cui sopra.
Sono lento nel mangiare e, mentre gli altri aspettavano il primo secondo, io ero ancora alle prese con le ultime trofiette chiuso al mondo esterno a noi (moi et la porteé).
“Eh?” fu la mia unica reazione, gli occhi persi chissà dove.
“Shhhh! Sta facendo l’amore con il sapore!” sentii appena.
Il secondo consistette in una fritturina di seppioline, merluzzetti, alicette e trigliette dorate e croccanti rigorosamente mangiate con tutte le spine coda compresa.
Dopo aver sganciato la cinghia dei pantaloni di un paio di fori,
Saverio sornione ci chiede “Vulite nu poco di frutta?”
“Ma no, basta che pieni siamo” eccetera furono le risposte.
“Signori e signore mèh, mica si può andar via senz’assaggiè la percoca di Turi al vino rosso!” Detto fatto, arrivò in tavola una panciuta brocca in terracotta ma panciuta assai da cui il nostro cavava col mestolo forato pezzi del frutto divino grondante il succo rosso dei salmenti nelle apposite coppette.
Signori miei mancavano solo i “ricchi premi & cotillons” che arrivarono poco dopo con pasticcini di sfoglia alla crema pasticcera e zucchero a velo tiepidi detti “sporcamuso”. Gioia e tripudio, un vero amore. Persino Afrodite avrebbe avuto le lacrime agli occhi mordendo simile delizia.
Tornai a casa sulle nuvole, portato in braccio da schiere angeliche; Serafini, Cherubini, Arcangeli, Dominazioni e Troni per l’occasione lasciati in libera uscita dal buon Dio.