giovedì, 25 giugno 2009

                               

Benritrovati piccoli e grandi, signore e signori, cani e gatti, mosche e zanzare.
In effetti  la scalata dal maledetto buco dov'ero cascato, poco profondo in verità ma così difficile da scalare, è stata più lunga del previsto. Spesso e volentieri scambiamo piccoli avvallamenti per profondi burroni e questa convinzione tarpano un poco tanto le ali per cui ci si deve arrampicare a mani nude pur avendo corde e chiodi.
E’ un po’ come rinascere uscire fuori dal grigio molto scuro in cui si finisce sempre per errori simili se non identici. Ed è bellissimo tornare a respirare l’aria e sentirne gli odori (insomma gli odori… il puzzo! ).
Piccolo post per salutare tutti gli amici preoccupati un pochino della mia assenza. Grazie.
Son tornato ma vado a riperdermi mo mò nelle vacanze da singòl per vedere l’effetto che fa.
Buone cose a tutti.
 
postato da: noncelafopiu alle ore 09:11 | Permalink | commenti (2)
categoria:riflessioni, diario, vacanze
sabato, 11 aprile 2009

3 aprile 2009 o data da destinarsi.

Speravo in un pesce d’aprile.

Speravo davvero che fosse un pesce d’aprile quella telefonata dell’altro ieri.
Invece non lo era.
L’ho realizzato solo oggi, quando non ho trovato sul cellulare l'avviso di chiamata senza risposta che ogni sera mi facevi prima di addormentarti.
La speranza è l’ultima a morire ed è spirata nel corso del giorno ad un’ora imprecisata.
E’ morta come morto è il mio telefonino muto ormai da troppe ore.
E’ ancora più vuota la giornata senza la tua chiamata e il tuo “Ciao amorone”.
Le prossime lo saranno ancora, almeno sino a quando il signor Tempo avrà in qualche modo lenito un po’ il dolore.
Un pezzo significativo del mio cuore sarà sempre occupato da te che sei stata, e sei, importante.
Mi mancheranno le tue risate alle mia battute, mi mancheranno i tuoi dubbi, le tue incertezze.
Mi mancherai.

Un bacio.

postato da: noncelafopiu alle ore 14:43 | Permalink | commenti (7)
categoria:amore, diario, tristezza
giovedì, 15 gennaio 2009

"...È stato aiere 'o juomo, 'a chiromante,

liggenneme cu 'a lente mmiezo 'a mano,
mm'ha ditto: "Siete stato un triste amante, vedete questa linea comme è strana?

Questa se chiamma 'a linea del cuore,
arriva mmiezo 'o palmo e po' ritorna.
Che v'aggia di, carissimo signore;
cu chesta linea vuie tenite 'e ccorne.

Guardate st'atu segno fatto a uncino,
stu segno ormai da tutti è risaputo
ca 'o porta mmiezo 'a mano San Martino,
o Santo prutettore d' 'e comute". (E ccorne; Totò)

Bè... all'anagrafe mi imposero il nome di Martino.
Quasi profeticamente, direi.
E allora? Non è forse vero, come aggiungeva Totò nella sua poesia, che persino Napoleone era cornuto ed è diventato un imperatore? E che dire dei vari VIPS che ci pregiano della loro cornuta presenza nei rotocalchi gossippari di questa Repubblica bananifera? E i cervi dal palco più bello non sono forse i migliori riproduttori ed hanno un harem di parecchie femmine? E i tori eh? I tori?
"Mi sento un toro" si sente ancora oggi dire davanti a rappresentati femminili della specie umana dotate di ehm... caratteristiche particolarmente esagerate. Dimenticando forse che il ruminante ha un bel paio di corna sul cranio?
 
Ma sì, facciamo le corna sperando non ci facciano le corna le nostre compagne… al cielo alla terra alla maniera tierra e cielo di partenopea memoria.
E se proprio diventiamo o siamo cornuti consoliamoci che per ogni cornuto certamente c’è una… vacca.
postato da: noncelafopiu alle ore 09:45 | Permalink | commenti (3)
categoria:pensieri, politica, amore, riflessioni, ricordi, vita, diario, storie, impressioni, corna
martedì, 16 dicembre 2008
Finisterrae, giù nel tacco.
Punta Ristola: qui si è distanti da tutto.
Di fronte solo mare e cominci a volare come un albatro o a nuotare come un delfino sulle ali o con le pinne della fantasia.
Il cielo è limpido, spazzato da una tramontana secca che lo ha pulito dalle ultime nuvole, il blu cupo dell’abisso contro il blu ancora più profondo dello spazio.
Il basso e l’alto sembrano contendersi questo lembo di terra come déi impegnati nell’ultima battaglia. Ed i rumori dello scontro si ascoltano più con la mente che con l’udito.
Sono rumori nascosti negli anfratti, nelle grotte, suoni che evocano immagini, memorie dell’inizio del tempo.
Fissando il riverbero del sole sulle onde lunghe, puoi immaginare Fletcher Christian o Long John Silver ammutinarsi ed abbaiare ordini alle proprie ciurme. O il Capitano Achab fissare l’orizzonte dal cassero del Pequod.
Sono sull’estremo scoglio di questa punta salentina.
Bagno la mano nei due mari, Adriatico e Jonio, che qui si congiungono in un amplesso turbolento.
E’ qui che nasce il mito, tra questi due mari.
Il mito di Leucàsia, la bellissima sirena bianca.
Bellissima ed anche mostruosa, conturbante, ammaliante e tremenda nella vendetta.
Si narra che essa, invaghitosi di un giovane pastore, tentasse più volte di sedurlo col suo canto meraviglioso ma il giovane, fedele alla sua innamorata, le resistette provocandone la furia.
Il suo fu un castigo feroce.
Sorprese i due amanti abbracciati sugli scogli di questo lembo di terra e scatenò una terribile tempesta che scagliò i due giovani in mare e poi sulla scogliera più e più volte fino ad ucciderli.
Poi divise i corpi lasciandoli sulle due punte opposte del golfo perché non si riunissero più.
In Olimpo Minerva assistette alla tragedia e, pietosa, trasformò i due teneri amanti in pietra: Punta Meliso e Punta Ristola che abbracciano questo specchio di mare.
Ricordi? Ci siamo stati su quella punta, abbracciati e gioiosi.
Così siamo noi due. Vivi, vivissimi nel nostro amore ma lontani come Melisso e Aristula, uniti e divisi da un destino-sirena che impedisce il compiersi della nostra felicità.
Col contributo degli dei invidiosi.
 
postato da: noncelafopiu alle ore 11:27 | Permalink | commenti
categoria:amore, favole, ricordi, vita, diario
lunedì, 17 novembre 2008
Peter Pan   
 
Il cielo prometteva nulla di buono.
Infatti proprio mentre uscivo dal portone di casa il buon Dio aprì il rubinetto della doccia.
Il brontolio del tuono si fece sentire un paio di volte ammonendo l’umanità della sua provvisorietà che un lampo e puf!
E giù acqua, roba da diventare pesci.
Sguazzavo nei fiumi, più che rivoli, che scendevano a valle (il mio paese è sul cocuzzolo di una collina) sotto un maxi ombrello verso lo squallido ufficio in questa grigio, uggioso pomeriggio quando vidi vorticarefrenetico sull’acqua un pezzo di carta.
Fu in quel momento, in quel preciso istante che mi rividi bambino correre dietro alla barchetta di carta che avevo fatto con grande sforzo mentre scendeva giù per il corso principale fino allo scarico in piazza Marconi.
Non pensai più alla pioggia; dal mio taccuino strappai alcuni fogli e con la stessa fatica bambina costruii due o tre barchette che poggiai una dietro l’altra sull’acqua.
Via! In una corsa degna di una gara nelle rapide le tre barchette filavano veloci ed io dietro incurante degli occhi che mi seguivano.
Avevo ritrovato per un attimo la mia infanzia e la pioggia si mescolava a qualche lacrimuccia che scendeva anche lei rapida.
La sera andai al cinema al primo spettacolo e, in barba a leggi e regolamenti, accesi una sigaretta nel buio e… rividi le volute di fumo nella luce bianca del proiettore salire sinuosa ed ancora mi immaginai bambino in quello stesso cinema a meravigliarmi della forza di Sansone, della cattiveria degli “indiani”, della crudeltà del Faraone, della cattiveria dei giudei…
La realtà mi colse di sorpresa a mezzo maschera che mi ha richiamato, giustamente, al rispetto della legge.
Figuraccia ma… ne è valsa la pena.
Che bel giovedì è stato.
 
14 novembre 2008
postato da: noncelafopiu alle ore 10:09 | Permalink | commenti (1)
categoria:pensieri, ricordi, vita, diario, fantasia, pioggia
mercoledì, 22 ottobre 2008
 
30. Albanese Giuseppe nato il 1° aprile 1956 detto Pepè
   contadino.
 
- E che cazzo proprio l’ultimo sono! - esclamò deluso il mio amico ammiccando come Spok in Star Trek.
In lista si era messo Pepè, per l’elezione del Consiglio comunale del paese.
Si era tirato a lucido come la sua O.S.C.A. MT4 - 2AD del 1956, l’auto sua coetanea che sognava, prima o poi, di possedere, sì di possedere come una femmina diceva…
Ed io lo sfottevo dicendogli che era un pervertito.
- E allora? Mica è colpa tua se il consiglio direttivo del partito ti ha messo in fondo. Esigenze di partito. – Gli risposi facendo spallucce.
- Bé vuoi mettere poter dire di essere il capolista… sarei diventato consigliere di sicuro, invece adesso… E poi… contadino. Imprenditore agricolo dovevano scrivere. Imprenditore suona meglio neh?
- Ma chi te l’ha fatto fare di metterti in lista, di prestare la tua faccia a questi… questi lupi-cani di politici di questo paese. E sì che li conosci! E se volevi essere “imprenditore agricolo” dovevi candidarti nella DC mica nei comunisti! Imprenditori sono i capitalisti, i comunisti so’ contadini, braccianti, operai…– Sbuffai sapendo quanto avesse brigato per avere un posto in lista.
- Già, hai ragione. Il fatto è che a quelli viene la puzza sotto al naso. Ed io sto molto tempo nella stalla delle vacche eccetera che sono molto più profumate di molti di loro. Però che bella faccia eh? Mo che mi sono fatto la barba e sono profumato come una vecchia zoccola faccio la mia porca figura eh Martì?
- Ihhh porca figura, che sei fatto vecchio Pepè! – gli dissi ridacchiando, - Ma ti sei visto le zampe di gallina attorno agli occhi, le rughe sulla faccia che sembri la cartina topografica delle Murge e…
- Uagliò, y ciampe de jaddine sono « rughe di espressione » ‘gnorande ! E altro che carta topografica della Murgia… I topo mica scrivono, e poi guarda che figura da Pigmalione nel costume fatto a mano, AMMANO uagliò, da Mest’ Mechièle de “Tata cum’è tust”!
- Un figurino seeeee. Circonferenza addominale quasi uguale all’orbita di Mercurio e che cazzo centra Pigmalione? Lui era un re di Cipro e si era innamorato di una statua e se la voleva sposare e il suo nome in greco deriva da “nano”, tu invece sembri un… maiale, sembri.
Pepè mi fissò con la fronte aggrottata come la lava raffreddatasi in onde sui crinali di un vulcano e come un vulcano sorrise a trentadue denti (Uè, questo è un lavoro fatto in Romania uagliò tremilaeduecento euro puliti puliti).
– Infatti, - disse gongolando – sono un porco in maglione, mica sono un gigante e ho una bambola di gomma che mi fa fare tutte le notti, non ha mai mal di testa, non si lamenta mai e non vuole una lira! – concluse con una sonora risata.
Rimango perplesso per un po’ non riuscendo a connettere Pigmalione col resto, quando lui mi fa sornione – Lo vedi Martì, lo vedi? La tua ignoranza sfiora vette supreme quasi degna dell’Empireo cielo!
- Ehhh? Ma da dove ti viene mo?
- E’ che tu sei rimasto ancorato come i barconi sui navigli di Milano che non li sposta nemmeno il Padreterno! Io so l’ingleso, giovane, che sono stato alcuni mesi a Crewe e lì o impari o mangiavi ‘sto c...
- Va bene, va bene spiegati. – Lo interruppi.
- Pigmalione… Pig ‘u purk in ingleso Malione ‘u maglioun cur ca te fasceve mamita aqquanne jiere uoagnôône,
puro io ho una statua di gomma vabbè ma vuoi mettere? E’ più morbida del marmo! E poi la circonferenza è uguale a due pigreco erre se non erro e non c’entra un cazzo con le brasciole e le polpette. Vieni che ci prendiamo il caffè.
postato da: noncelafopiu alle ore 10:36 | Permalink | commenti (4)
categoria:racconti, ricordi, diario
giovedì, 09 ottobre 2008

 
“Il cielo,
si perde il pensiero quando guardo il cielo”
(Lucio Dalla)
 
3 ottobre 2008
 
“Prepararsi per il decollo”
Il tono imperativo nella voce del pilota mi colse alla sprovvista e la mano destra corse a proteggere la gola in procinto di de-collazione.
Deglutendo nervosamente tornai al presente dal medio-evo dov’ero rifugiato sentendo la spinta possente da novemila chilogrammi dei due motori turbofan Pratt & Whitney JT8D che mi premeva sullo schienale.
Guardai dal finestrino la pista scorrere veloce e l’ombra del Mad Dog rimpiccioliva sempre più come un capo di finta lana lavata a caldo.
l’MD82 Alitalia detto il “flauto del cielo” per via dei suoi rumori caratteristici ed esclusivi avanzò con fatica cercando di vincere la gravità che, da buona madre, non voleva lasciarlo andar via.
“Benvenuti a bordo”.
La voce prima imperativa ed ora rassicurante del comandante ci augurava un buon volo.
La rotta migratoria sud-nord si stabilizzò attorno ai diecimila metri in un’aria assolutamente limpida e sgombra di nubi con una visibilità illimitata.
Dall’alto tutto sembra assumere una rilevanza diversa dal solito: i particolari, le case, le macchine, l’uomo, perdono importanza e centralità inglobati, come sono e siamo, in un tutto che a sua volta è parte di un tutto e così via all’infinito.
Allora le strade diventano serpenti sinuosi che si confondono mimetizzandosi tra i flessuosi declivi montani e le valli fino a scomparire, alberi e cespugli trasformarsi in macchie di colore come nei quadri di Monet ed ecco che rimangono visibili solo due elementi: terra ed acqua.
Non riconosco la mia terra dall’alto no, mi sembra estranea e devo fare uno sforzo di memoria per ricordare le cartine geografiche studiate a scuola.
Individuo il Gargano e Peschici e Vieste, chiazze bianche tra il verde cupo dei boschi ed il blu cobalto del mare appena scalfito dalle scie delle navi che lo solcano.
Ed ecco apparire le isole Tremiti, perle quasi smarrite nell’immenso blu.
Dapprima rade e diafane come i veli di Salomé le nuvole appaiono come fantasmi silenziosi nel cupo brontolio della cabina, poi piano piano si trasformano in batuffoli bianchi, piccole lepri leggere che scorrono tra un oblò e l’altro, che sembrano radunarsi una sull’altra fino a diventare una distesa bianco cenere.
Una moquette su cui, a tratti, si scorge la silouette dell’aereo.
Sotto un manto bianco, sopra un cielo blu quasi viola.
Ora siamo immersi nelle nuvole, non esistono più colori ne profondità di campo. E’ un limbo in cui l’occhio si perde e si aggrappa ratto all’unico punto di riferimento che ha: l’ala dell’aereo la cui estremità vibra come le ali dei grandi rapaci.
Poi una sottile linea di azzurro comincia a separare il basso dall’alto e sfociamo finalmente in pieno sole.
Lo spettacolo è valso il costo ma purtroppo le diavolerie digitali hanno fatto fiasco. La fotocamera non aveva retto all’emozione e non ha dato segni di vita per tutto il viaggio. Colpa dell’altra diavoleria evolutiva, il cervello, il mio, che ha dimenticato di caricare le batterie.
postato da: noncelafopiu alle ore 14:50 | Permalink | commenti (2)
categoria:pensieri, viaggi, diario, impressioni, in volo
giovedì, 25 settembre 2008

24 settembre 2008
 
Insomma ieri, presi baracca e burattini, confermai agli amici la mia andata con loro a gozzovigliare (ma guarda un pocone!) in un ristorante gestito da un nostro ex collega di lavoro dal nome che da solo vale la visita: “Il Gozzoviglio”.
Proprio così! Un nome preludio dell’Inferno: la gola è uno dei sette peccati capitali, che peccato! Mancava, oltre a tutte le tabelle previste dalla burocrazia, quella di dantesca memoria “…lasciate ogni speranza, voi ch’intrate”.
Parcheggiata la Tipo nel campo di calcetto in disuso, attraversai il cancello e meraviglia! Palme e piscina, cactus ed ulivi, vasca dei pesci rossi e salici piangenti, mortaretti, bombe carta e tricche-tracche.
Elamadonna! Mormorai come il Piave nel secolo scorso.
Entrai in un ambiente caldo in legno, grandi vetrate con tende lievi che lasciavano intravvedere appena il fuori, lasciando all’imaginazione dimensione e profondità.
“Ecciao bastardone! Sono quasi le tre e dove cazzo sei finito?” Ecco il saluto caloroso che mi accolse appena entrato, eh gli amici…
Preso posto al mio posto arriva Saverio, l’ex collega: “Y allòr? Che vi porto?”
Queste, signore e signori, sono domande che non si devono porre ai meschini seduti a quel tavolo che, meschini appunto, nulla sanno della vita, di come va il mondo. Infatti sbarrarono gli occhi maschi e femmine, la mascella caduca quasi sullo sterno.
“Ma quello che vuoi!” fu la mia lesta risposta.
E allora andiamo! E cominciò il via vai del cameriere con gli antipasti cher vado ad elencare gioioso: carciofi interi prezzemolati sottolio su cuscino di lattughino, mozzarella di Gioa del Colle e prosciutto crudo ma non di Parma e nemmeno di San Daniele no, ma di don Ciccio di caravune, contadino allevatore, vinaio ex carbonaio (suo è anche l’ottimo vino Primitivo che ci accompagnerà per tutto il pranzo). Insalata di mare tepida con calamaretti, polpo, seppioline, dadini di cuore di sedano e carotine, sformati di cicorie e di funghi su letto di fave in purea e polpettine d’uovo ancora bollenti. I celestiali strumenti in accordatura improvvisi trovarono la nota giusta.
Cominciarono a suonare, i cori angelici, all’arrivo del primo primo: cavatellucci ai frutti di mare e pomodorini di una delicatezza quasi sublime; l’arancio del mitile accoppiato al rosa dell’anello di seppia ed al viola scuro del polpo con corollario rosso al pomodoro, illuminarono persino il grigio-topo del fuori rendendolo meno uggioso.
Il secondo primo fu altrettanto perfetto: accompagnato dal flauto di Pan e dalle ninfe Dafne e Crisopelea mi fu messo innanzi agli occhi il piatto di trofiette ai funghi di bosco freschi al pomodoro di cui sopra.
Sono lento nel mangiare e, mentre gli altri aspettavano il primo secondo, io ero ancora alle prese con le ultime trofiette chiuso al mondo esterno a noi (moi et la porteé).
“Eh?” fu la mia unica reazione, gli occhi persi chissà dove.
“Shhhh! Sta facendo l’amore con il sapore!” sentii appena.
Il secondo consistette in una fritturina di seppioline, merluzzetti, alicette e trigliette dorate e croccanti rigorosamente mangiate con tutte le spine coda compresa.
Dopo aver sganciato la cinghia dei pantaloni di un paio di fori,
Saverio sornione ci chiede “Vulite nu poco di frutta?”
“Ma no, basta che pieni siamo” eccetera furono le risposte.
“Signori e signore mèh, mica si può andar via senz’assaggiè la percoca di Turi al vino rosso!” Detto fatto, arrivò in tavola una panciuta brocca in terracotta ma panciuta assai da cui il nostro cavava col mestolo forato pezzi del frutto divino grondante il succo rosso dei salmenti nelle apposite coppette.
Signori miei mancavano solo i “ricchi premi & cotillons” che arrivarono poco dopo con pasticcini di sfoglia alla crema pasticcera e zucchero a velo tiepidi detti “sporcamuso”. Gioia e tripudio, un vero amore. Persino Afrodite avrebbe avuto le lacrime agli occhi mordendo simile delizia.
Tornai a casa sulle nuvole, portato in braccio da schiere angeliche; Serafini, Cherubini, Arcangeli, Dominazioni e Troni per l’occasione lasciati in libera uscita dal buon Dio.
 
 

postato da: noncelafopiu alle ore 11:29 | Permalink | commenti (1)
categoria:amore, diario, mangiare, mangiar bene
lunedì, 22 settembre 2008
Ventidue di settembre oggi, alle diciassette e quaranta il sole entra in bilancia e segna ufficialmente l’ingresso in autunno con qualche ora di anticipo, quest’anno, rispetto alla classica data del ventitre.
Come ogni anno, come ad ogni cambio di stagione alle sette ero già fuori, il sole spuntato da meno di mezz’ora ad assaporare l’aria tersa del mattino ed i colori meravigliosi della Valle a quest’ora e di questo tempo.
Colori leggeri, come acquerelli di Monet o Cézanne dipinti sulla tela dell’universo-casa dove ci muoviamo come formiche impazzite che hanno perso ogni direttiva.
Ad est il sole a quattro gradi sull’orizzonte illumina le colline coi raggi quasi radenti. Una luce particolare inonda i vigneti, facendo risaltare il verde argento delle foglie degli ulivi ed il bianco dei trulli; sulla collina di fronte cumuli bianchi di nuvole si alzano lentamente nel cielo celeste mentre a nord ovest si addensano nubi grigioscure.
Cambia il tempo: il maestrale che da giorni ha soffiato incessante si è attenuato a semplice brezza, segno inequivocabile del cambiamento in atto ed anch’io, in qualche modo sento il cambiamento. Ad ogni modo mi godo questo inizio mattino nei rumori attutiti del traffico quasi inesistente.
E’ bello essere vivi.
postato da: noncelafopiu alle ore 17:10 | Permalink | commenti
categoria:pensieri, riflessioni, diario, impressioni, introspezione
giovedì, 28 agosto 2008
Marina di Vernole (LE)
 
23 agosto 2008
 
Ma tu pensa si fanno centinaia o migliaia di chilometri per cercare posti "incontaminati e poi, casualmente vicino casa tua, ne trovi uno... così!
 

 
Dopo aver fatto gli scongiuri del caso,
ci siamo tuffati su ed in quel mare di sabbia ed acqua azzurra e chiara già cantate dal Petrarca e dal Battisti.
 
 
Che posto cari amici vicini.
E che pasti, cari amici lontani.
 
            
         
Sorvolo sul polpo in insalata con julienne di carote e peperoni al profumo di menta e al sarago pizzuto arrosto, che ho osservato prima e mangiato poi in religioso silenzio, CFM (causa forza maggiore, io sono solo capitàno ed eseguo gli ordini del superiore stomaco, cose che càpitano).
Il rumore della risacca sulla spiaggia accompagna il pranzo degnamente come l'odore di salsedine perfettamente amalgamati negli aromi delle pietanze e del vino bianco del Salento IGT, Fiano per la precisione delle cantine Conti Zecca, dal colore giallo paglierino con riflessi verdognoli e profumo intenso di frutti esotici, gusto ricco, sapido, dal finale persistente un vero nettare degli Dei (quelli con la maiuscola).

 
 
Ma le vacanze non finiscono mai si chiederà qualcuno? Embè? Al mondo c'è chi può e chi non può, io può!
 
postato da: noncelafopiu alle ore 09:21 | Permalink | commenti (3)
categoria:amore, diario, vacanze