La corrida
Alla spicciolata arrivano gli amici.
Il primo è il solito Giorgio “buzzone” che trascina i suoi 100 chili per un metro e sessanta di altezza uguale 160 centimetri quadrati (da cui il “buzzone”) sbuffando come una vecchia 740 locomotiva a vapore del 1905.
“Novantanove sono! Non cominciate a rubare!” esclama salutandoci.
Poi arrivano gli altri ed è con sommo dispiacere che Franco ha lasciato a casa la moglie. “I gemelli, sapete…” si giustifica.
Manca mezz’ora alla partita e decidiamo di giocare a carte.
Siamo in otto quindi due tavoli da quattro per una Scopa con seguente “passatella” che noi chiamiamo “primiera”.
Io, come al solito, mi trovo col Maestro, ma che dico col Messia della suprema ciucciaggine Nuccio U’ Chialà che, affondato nelle sabbie mobili, nell’ordine: del fronte della gioventù, gioventù socialista, FGCI e radicali, ha una maniera “politica del gioco inteso come momento di svago da applicare al calcolo probabilistico sulla presa del settebello:” Ecco.
Perdiamo quasi per “cappotto”: due, DUE! a undici. Punto.
“La tua incommensurabile zucconità” gli dico “sfiora dei livelli di tale soprannaturalità che dubito assai che il buon Dio, inteso come Ente supremo, possa in qualche modo alleviare”
“Elamadonna!” E’ la risposta e prima di qualsiasi discussione arriva la Pasqua con la prima teglia di coniglio e patate quello sì divino.
E di vino innaffiato, un cabernet sauvignon della vigna esposta ad Ostro.
Quattordiciecinquanta senza aggiunta di nulla. Va giù che è una meraviglia ma presto arriva ai piani alti.
Tra una parolaccia tipica di chi si ustiona le dita ed il rumore masticatorio inizia la delicata Partita dell’Italia.
Insomma dopo un quarto d’ora di passaggi ragnatela vediamo rotolare delle palle fuori dal campo: sono le nostre!
ed allora torniamo al vizio giocatorio che io e Chialà vogliamo vendetta.
Macché, perdiamo la seconda partita e pure la terza.
Al che Pepè raccoglie le carte e me le mette sotto al braccio “Scite a sciuké o’ perruzze” Antico gioco consistente nel far girare una trottola di legno dopo averla avvolta con dello spago. Difficile anche quello.
La noiosa partita che nessuno più vede va avanti e pure noi andiamo avanti a mangiare e bere, in amenissima (e te credo) concitazione conversativa fino a che Rocchino annuncia i rigori.
Silenzio totale, assoluto. Si sentivano solo i borborigmi dei nostri stomaci costretti agli straordinari.
Villa tira… gol.
Grosso tira… gol
Cazorla tira… gol.
De rossi tira… parata di Casillas. “E’ finita” dice qualcuno.
Senna tira… gol.
Camoranesi tira… gol.
Guiza tira… ma Aquilone Buffon respinge e la speranza torna a brillare nei nostri occhi acquosi.
Di Natale tira… uno dice che con quel nome è gol certo, ma è il ventidue di giugno e Casillas para.
Fabregas tira… gol.
Ahì que dolor! El matador matato dal toro.
A quel punto della serata tutti a dare definizioni colorite, anzi di più, su tutti.
La meno offensiva è questa coniata da Mimmo “fiammifero” “Toni, degghi a’ fè i virme peggio du kès pund” (Toni che tu possa fare i vermi peggio del formaggio guasto).
Ite missa est.
Tra due anni ci saranno i mondiali, se vivremo…
Intanto il cronista di queste tre puntate di orge mangerecce, va a disintossicarsi dall’overdose di calcio e colesterolo in Cilento.

Buone vacanze a tutti.